Aldous

Circolari ipnopediche

CIVILTÀ OCCIDENTALE E INVERSIONE DEI VALORI

C’è un bambino che dorme. Stringe un orsetto senza un occhio, ha una coperta troppo corta e la certezza – che solo i bambini possiedono – che domani esisterà. Questa certezza è la cosa più preziosa che abbiamo. E siamo disposti a spegnerla per un pezzo di terra. Non è sempre stato così. Per secoli l’Europa, con tutte le sue colpe e tra errori e roghi, ha elaborato un’idea altissima e fragilissima: che ogni uomo valga in quanto uomo. Che la vita non sia proprietà del sovrano, della nazione, dell’esercito, della storia; che la vita non sia merce, che nessun trono, nessuna patria, nessun profitto possa esigere in cambio un innocente. Poi, certo, l’Europa ha tradito mille volte quei valori. Ha fatto guerre, ha colonizzato, ha massacrato, ha sfruttato. Ma quell’idea è stata la sua ferita e la sua grandezza: aver saputo dire «non si deve» persino al proprio potere. Quello era il valore primo. Tutto il resto – confini, ricchezze, bandiere – veniva dopo, e si inchinava.

Oggi l’ordine è capovolto. Il confine viene prima dell’uomo. Il prestigio prima del pane. L’etnia prima del volto. L’«interesse strategico» è diventato una divinità antica che pretende i suoi sacrifici, e i sacrificati sono sempre gli stessi: quelli che non hanno deciso nulla. Si difende una linea sulla carta e si perde ciò che la linea doveva proteggere. Un confine è un’idea. Un bambino è una persona.

È questa l’inversione: ciò che era mezzo è diventato fine, e ciò che era fine è diventato mezzo. Lo Stato, le frontiere, le armi erano strumenti per garantire la vita dei cittadini. Ora sono i cittadini a essere strumenti – carne, numeri, consenso – per garantire lo Stato, le frontiere, le industre delle armi. Un popolo chiamato a morire per difendere ciò che dovrebbe difendere lui: ecco il paradosso che ci governa, e che chiamiamo realismo.

E i confini passano. Ogni generazione europea ha seppellito i propri figli per una frontiera che la generazione successiva ha spostato, cancellato, dimenticato. Le linee sulle carte cambiano colore come le stagioni; i morti restano morti. Chi oggi invoca un lembo di terra come un bene eterno dovrebbe passeggiare nei cimiteri di guerra, dove le croci sono in fila con un ordine che nessuna diplomazia ha mai saputo imitare.

Tolstoj lo sapeva. Era stato soldato, e a Sebastopoli aveva visto la guerra da vicino, senza gli squilli e i cavalli dei quadri di battaglia. Nel suo romanzo il principe Andrej, ferito ad Austerlitz, giace con gli occhi al cielo – alto, infinito, silenzioso – e scopre quanto sia piccolo Napoleone, l’uomo che un’ora prima era il suo idolo. Basta stendersi a terra e guardare in su perché la gloria dei potenti si riveli per quello che è: rumore. E Nataša, che di strategia non sa nulla, quando Mosca sta per cadere fa scaricare dai carri i bauli di famiglia per far posto ai feriti. Le cose da una parte, gli uomini dall’altra: lei non esita un istante. Poi c’è Petja, quindici anni, che parte per la guerra con l’allegria di chi va a una festa e muore al primo scontro. Nessuna bandiera gli restituirà quell’allegria. Da vecchio Tolstoj ne trarrà la conseguenza più scomoda: che nessuna causa, neppure la più nobile, autorizza a uccidere.

Anche Francesco d’Assisi lo sapeva. Nel 1219, mentre crociati e islamici si sbranavano sotto le mura di Damietta nel corso della V crociata, un frate scalzo attraversò le linee e andò a parlare con il sultano. Disarmato, e per questo poté passare. Non c’è trattato di geopolitica che valga quel passo: l’idea che all’altro si arrivi con le mani aperte, e non con le mani piene di strumenti “difensivi”. E al lupo di Gubbio – così si racconta – non tolse la ferocia con una spada, ma con un patto: il pane in cambio della pace. La leggenda dice una cosa semplice e terribile: la belva si fa mansueta quando nessuno ha più fame.

Noi facciamo il contrario. Ordiniamo cannoni e droni come si ordina il pane, e spieghiamo che servono alla pace. Diciamo «difesa» e intendiamo «dominio». Diciamo «sacrificio» e intendiamo i figli degli altri. Diciamo «danni collaterali» e intendiamo una culla. Siamo pronti a scatenare guerre e a tollerare genocidi, ripetendoci che è il prezzo della sicurezza, e non ci accorgiamo che stiamo svendendo proprio ciò che dovevamo difendere: i secoli in cui l’umanità, a fatica, ha imparato a vergognarsi di uccidere.

Guardiamo le immagini che ci arrivano dalle città bombardate. Non sono le facciate crollate a fermare il respiro, ma le cose minuscole: un’altalena che dondola da sola, un quaderno aperto sotto un mucchio di calce, una scarpa rosa senza la gemella. È lì che si misura ciò che si è perso, e nessun comunicato di vittoria ha il coraggio di elencarlo. Si annunciano i chilometri quadrati conquistati; non si annuncia quanti giorni di scuola, quanti compleanni, quante ninne nanne sono stati cancellati con loro.

Ci si obietterà che il mondo è duro, che la pace senza difesa è resa. Ma difesa di che cosa? Di una linea sulla carta o di chi ci vive? La difesa è lecita a una sola condizione: che non costi più vite di quante ne salverebbe la rinuncia. Oltre quella soglia non è più difesa: è l’inversione con un altro nome. Il conto va fatto per intero e senza barare – i morti di oggi e quelli di domani, i nostri e gli altri, i soldati e i bambini – e va scritto non sulla carta dei confini, ma su quella delle vite. Chi non lo fa, o non vuole farlo, non difende nulla: sacrifica uomini a un’astrazione.

E allora bisogna tornare alla domanda elementare, quasi infantile, e proprio per questo insopportabile: che cosa vale più del sorriso di un bambino, più della sua felicità? Che cosa pesa più dei suoi occhi ancora capaci di immaginare il mondo come promessa, della mano con cui cerca quella della madre, della stanza dove dorme, del cortile dove gioca, del pane che mangia? Davvero un crinale contestato? Un corridoio strategico? Un tratto di costa da chiamare «nostro»? Le mappe non piangono. I confini non sanguinano. Le bandiere non seppelliscono figli. A soffrire sono sempre corpi concreti: una casa sventrata, un giocattolo sotto la polvere, una fotografia rimasta appesa a un muro senza più stanza intorno, una madre che chiama un nome nel fumo. La geopolitica parla di territori; la vita conosce stanze. La geopolitica parla di popolazioni; la vita conosce volti.

La fine della civiltà occidentale non arriverà forse con un’invasione. Arriverà quando la sua promessa più alta — il kantiano uomo come fine, mai come mezzo — sarà diventata una formula cerimoniale, buona per i discorsi solenni e inutile quando cominciano i bombardamenti. Arriverà quando sapremo ancora parlare di diritti, ma non sapremo più fermarci davanti a un bambino morto. Quando avremo una parola per ogni strategia e nessuna vergogna per ogni vita spezzata. Perché una civiltà vive finché sa dire: prima l’uomo. Prima la vita. Prima il pane, la casa, il sorriso, la paura da placare, il futuro da non bruciare. Tutto il resto viene dopo: con fini, bandiere, prestigio, alleanze, vittorie. E muore non quando viene sconfitta, ma quando smette di sapere che cosa vale più di tutto. Forse sta già morendo così, senza clamore, tra discorsi solenni e bilanci in ordine.

E se domani una bandiera sventolerà su una città di polvere, sotto quella polvere ci sarà un orsetto senza un occhio. È lì, non sull’asta, che sarà scritta la nostra sentenza. Oggi rischiamo di non essere più gli eredi dell’umanesimo europeo, ma soltanto amministratori del suo cadavere.