Aldous

Circolari ipnopediche

NEL GIARDINO DELL'OCCIDENTE

Capita a volte, nella storia, che gli eventi si raggrumino in una strettoia ad imbuto configurando una sorta di lente attraverso cui diventa possibile cogliere la prospettiva d’insieme. Per molta gente, gli anni dal 2019 ad oggi hanno svolto questo ruolo; essi hanno reso palesi aspetti cruciali del cosiddetto Occidente che altrimenti sarebbero sfuggiti allo sguardo distratto o forse poco acuto dei più: dalla matrice economica neoliberista con la sua rapace violenza fino alla marcata piegatura verso la biopolitica e la sorveglianza tecnologica (le lezioni romane di Peter Thiel docent); dallo scossone allo stato sociale – filtrato dai lock down e dal Re-arm – verso un regime di decrescita non proprio felice fino alle evidenti dinamiche di esclusione sociale (in qualche caso, di morte civile); dalla lotta alla disinformazione al sapore di censura fino alle guerre propugnate per difendere il “diritto internazionale”, passando per quelle utili a “esportare la democrazia e i diritti umani”, quelle “preventive” in stile Colin Powell ed epigoni e, new entry, la guerra di (pre)potenza che dovrà condurci all’Armageddon con tanto di mandato pastorale. Eccetera.

In quest’epoca di iper-esposizione mediatica e di tecnologie alteranti come l’AI, risulta difficile fissare lo sguardo sugli eventi, visto che essi hanno perso ogni concretezza e sembrano evaporare davanti ai nostri occhi; sembra dunque un’impresa titanica riuscire ad elaborare delle ragioni che li comprendano (nel senso letterale di cum-prendere, tenere insieme). Consapevoli che, ciononostante, ogni circostanza viene da noi collocata in una sorta di matrice interpretativa elaborata nel tempo, addentriamoci in una piccola e parzialissima riflessione su alcuni elementi che colorano le nostre prospettive e che spesso fungono da pezze giustificative delle politiche che vediamo in atto. Ragioneremo sui valori che innervano il sedicente “giardino occidentale” (cit. Borrell), all’interno del quale sono stati spesso trasformati in diritti per essere poi fatti valere erga omnes come se fossero beni assoluti, universali.

Chiunque abbia un minimo di cultura filosofica o giuridica vede bene in quale ginepraio ci stiamo infilando. Tuttavia siamo troppo attratti dall’idea di sbirciare tra le fondamenta del summenzionato “giardino” per farci intimidire: troveremo le radici di un Eden globalizzabile? O impatteremo contro una pericolosa sicumera?

Il cuore di questa riflessione non sono le analisi di Pico della Mirandola, quanto piuttosto l’oggetto che il titolo della sua celebre orazione introduce: la dignità umana, il profondo, radicale rispetto dell’uomo in quanto tale. Per ragioni “spinose” analoghe a quelle appena menzionate, nemmeno proveremo a cercare per essa dei fondamenti più o meno ontologici (potrebbe non essercene affatto bisogno: basterebbe, probabilmente, vagliare quanto la cultura mondiale ha prodotto di significativo sul tema); non è questo il punto che ci interessa. Il nostro obiettivo è esaminare la relazione tra valori e dignità. Muoveremo dalle suggestioni regalateci da uno scritto che si occupa tangenzialmente della dignità mentre discute di valori, in particolare della loro struttura teoretica. Ci facciamo accompagnare per qualche tratto dal suo autore, Carl Schmitt, giurista che qualcuno definisce controverso, del quale però – come ammoniva Franco Volpi - non bisogna sottovalutare l’acume.

Se dovessimo riassumere la questione in una domanda, essa potrebbe essere così formulata: la dignità umana è un valore?

Naturalmente, risponderemmo in coro. Senza dubbio. La dignità è un valore.

Ed è qui che Carl Schmitt comincia a scompaginare le nostre carte. Lo fa in un breve, intenso testo del 1959 intitolato Riflessioni di un giurista sulla filosofia dei valori, redatto dopo uno dei seminari organizzati tra il 1957 e il 1971 ad Ebrach, in Franconia, e stampato in duecento copie “ad uso dei partecipanti”. La filosofia dei valori cui si fa riferimento nel titolo è quella di Max Scheler - presumibilmente emersa tra i temi del seminario - mentre sullo sfondo ci sono Weber, Heidegger insieme a molti altri pensatori.

Nel ripensare ex post la questione, Schmitt sente l’urgenza di circoscrivere il concetto di valore (oggettivo per Scheler, “surrogato positivistico del metafisico” secondo Schmitt) nel caso esso venisse ritenuto un fondamento giuridico.

Schmitt rileva uno statuto ben preciso del valore:

a) esso appare come una filiazione del mondo economico, avendo perso l’antico legame con la natura e, in generale, con le doti morali o intellettuali degli uomini (virtus);

b. è posizionato su una scala in una certa relazione con altri valori consimili, ove il valore più importante primeggia su quelli meno rilevanti.

La gerarchia che ne germoglia, come il lettore facilmente indovina, è ben lungi dal potersi costituire come oggettiva: essa è soggetta alla valutazione non univoca di chi la maneggia. Una bella gatta da pelare per un giurista! Ma la questione si fa interessante anche per il filosofo dell’età del nichilismo: il valore, disancorato da ogni stabile riferimento, che valore ha?

Come se ciò non bastasse – prosegue Schmitt - i valori sono “tirannici”, ossia tendono a far sì che la scala su cui sono collocati venga propugnata come inamovibile dai suoi sostenitori e, viceversa, come inaccettabile dagli avversari. Risultato? Una lotta senza quartiere. Proviamo ad esemplificare. Libertà e salute sono dei valori? Difficile dubitarne. È più importante la libertà o la salute? In tempi recenti, la risposta governativa alla questione e le scelte conseguenti non hanno trovato unanime assenso tra la popolazione: c’era chi metteva prima la salute, chi la libertà. Questa lotta tra valori che si contrappongono è ben lungi dall’essere accidentale: essa è parte integrante della loro struttura – direbbe Schmitt. Come se ne esce?

Tratteniamo dunque l’idea che il valore possa essere slegato dal riferimento al bonum, al bene, o alla virtus, e che la sua quotazione sia fluttuante. La svolta successiva è questa: cosa accade se la dignità, il rispetto della persona umana, da prerogativa insopprimibile e universale dell’umano - com’era nella tradizione - diventa un valore assumendone lo statuto, scala e lotta senza quartiere comprese?

Succede qualcosa su cui vale la pena di soffermarsi a riflettere: entrando nell’agone, la dignità diventa in tutto e per tutto un valore tra altri valori e smette di fungere da argine e da presupposto.

In che senso? - ci si chiederà.

Ampliamo l’esempio già avviato: l’articolo 32 della Costituzione pone il rispetto della persona (dignità) come limite al potere dello Stato circa la salvaguardia della salute e l’eventuale sacrificio delle libertà. Ma se la dignità è un valore analogo a libertà e salute, come può svolgere il suo ruolo di argine e costituire un limite univocamente riconosciuto e pertanto invalicabile?

Se anche la mettessimo come primo valore della gerarchia, ciò impedirebbe che, in tempi confusi, qualcuno, per qualche ragione ritenuta preferibile, buttasse all’aria l’ordine concordato? Ad esempio, a quale punto della gerarchia si trova la tenuta del sistema sanitario? E la provvisorietà delle conoscenze scientifiche a fronte delle prescrizioni immediatamente vigenti dell’esecutivo? La Corte Costituzionale nel recente passato ha avvallato certe decisioni governative sul tema, avviando un processo di revisione di principi precedentemente ritenuti intoccabili (tra cui la dignità della persona, cui vengono opposti, nella tipica prospettiva utilitarista, i presunti diritti della maggioranza).

Quanto accade oggi intorno a noi ci dà qualche ulteriore segnale rispetto alla direzione verso cui piegano il nostro presente il futuro?

Naturalmente, l’osservazione si può applicare a diversi altri contesti: “there is no alternative”; “whatever it takes”; “America first”; “re-arm”; eccetera. La storia ci racconta con dovizia di particolari come la dignità dell’uomo sia finita innumerevoli volte sotto enormi cumuli di ragioni (valori superiori?) di tipo geopolitico, ideologico, partitico, dinastico, economico, sanitario, culturale e finanche religioso. Di solito con migliaia (se non milioni) di oppressi al seguito.

È tempo di tornare al giardino da cui siamo partiti.

I valori di un popolo sono frutto di un’elaborazione non lineare fatta di curve dolci, di svolte repentine e di vicoli chiusi. Possiamo ritenere che il valore venga acquisito in quanto esito di un percorso di maturazione, consapevolezza, condivisione, nel contesto di una comunità più o meno allargata? Quando i tempi sono maturi, la lotta per l’affermazione di un valore giunge velocemente a risoluzione; altre volte, invece, il contrasto resta aperto per lungo tempo e si possono produrre lacerazioni profonde che richiedono lo spazio di generazioni per essere – forse - recuperate. Spesso, infatti, quando lo scontro avviene tra etnie, culture o principi fondamentali diversi, le macerie vengono accuratamente occultate dai vincitori e i sentieri divergenti finiscono per essere cancellati agli occhi dei più. Ne restano tracce archeologiche che un giorno, magari, qualcuno tirerà fuori.

Se le cose stanno così, a quali condizioni un valore può assumere una valenza universale, oggettiva, da prescrivere a tutti? E quand’anche ciò avvenisse, siamo sicuri che tale valore si possa imporre erga omnes? Non dovrebbe, semmai, rappresentare una possibile fonte d’ispirazione, senza che la sua presunta bontà possa giustificarne la prescrizione?

Per chi scrive, si tratta di domande retoriche.

Emergono così le questioni successive: se la dignità dell’uomo fungesse davvero da argine, e non fosse un valore soggetto a interpretazione o quotazione, né un termine vuoto di cui abusare a piacimento, cambierebbe qualcosa nel concreto della nostra vicenda storica? La regola aurea (non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te) troverebbe abbrivio nel riconoscimento a sé e all’altro di diritti inalienabili, non soggetti a contrattazione?

Sarebbe il caso di non lasciar cadere il tema. In questi tempi incerti e faticosi, abbiamo la netta sensazione che, qualora non venga tracciata una linea rossa atta a preservare la dignità di ciascuno – in quanto bonum universale e non valore tra valori -, milioni di oppressi finiranno per affollare questo sedicente giardino che una velenosa hybris sta trasformando in terra desolata.