TORNARE UMANISTICI
Chi avrebbe mai detto solo vent’anni fa che degli studi umanistici potessero divenire cruciali in un’era di verosimiglianze, di mescolanza tra autentico e inautentico, vero e falso? In balia dei flutti le trame dello Zeitgeist si mostrano sfibrate anzitempo. Lo attraversiamo su una barca consegnata alla risacca, il va e vieni delle onde sfrangia la cronaca, i programmi, le nostre previsioni. Intanto prosegue il livellamento della cultura per obliterare progetti egemonici. Con ostinazione suggeriamo ai nostri figli di studiare discipline spendibili sul mercato quasi fosse la soluzione a tutto: trovare un lavoro, essere al passo con il mondo contemporaneo, contribuire al progresso globale. Questa smania deriva dall’investimento del capitalismo finanziario sulle tecnologie dell’informazione per esercitare il suo controllo sui nostri bisogni. Tra queste spicca l’intelligenza artificiale generativa diventata in pochi anni oggetto di una fiducia incondizionata che la sta conducendo verso la sua nemesi. Non sto esaminando programmi avanzati come Claude. Penso invece al nostro armeggiare quotidiano con pc e smartphone chiedendo supporto alle chat per ogni minimo dubbio, compito, incombenza.
Eccoci gettati sulla spianata dei calcolatori e dei detector antiplagio fatti sempre con l’IA. Oggi non possiamo più scrivere nulla senza temere di essere presi per dei copiatori. Sono bastati pochissimi anni di ChatGPT, e affini, per finire in una fratta di controlli incrociati per attestare che uno scritto, un libro, un articolo, persino una relazione tecnica, giuridica o un’immagine siano opera esclusivamente umana. I risvolti di questo processo di autenticazione capovolta sono grotteschi. Siamo caduti in Una celia infinita direbbe Wallace.
La preminenza del ragionamento computazionale su quello teorico, la necessità di potenziare le discipline operative, si verifica anche nell’ambito delle scienze esatte che non possono più restare speculative ma devono presto trovare applicazione e finanziamenti.
Non si vive di sola fisica teorica, di arte o di filosofia ma il nodo è un altro: Proprio queste discipline e queste technai, disavvezze alle applicazioni immediate, divengono sempre più ornamentali.
Tanti studi accademici autoreferenziali da un lato, insieme a una massa di dati pseudoscientifici dall’altro si sbilanciano nel collasso della conoscenza prêt-à-porter. In una funambolica danza degli opposti, teoria marginale e marketing del sapere cadono nelle stesse contraddizioni divenendo sistemi a propulsione dell’utilità.
Per parte sua l’IA generativa, pur avendo integrato semantica e pragmatica del linguaggio naturale per apparire più “umana”, cade in controsensi ancora più seri del vetusto teologo che intendeva provare l’esistenza di Dio affidandosi alla logica medievale. Il codice linguistico si sabota in stringhe numeriche tramutandosi in Verbo e rovinando nell’uniformità grottesca di sentenze, foraggiando formule preconfezionate per studenti svogliati e utenti sbrigativi, offrendo tecnicismi ad hoc e svarioni in un linguaggio monocorde. Ciò avviene adoperandolo come strumento neutro senza apportarvi preparazione e conoscenze, in una crescita esponenziale dell’ignoranza generale. Stiamo parlando di un dispositivo, bisogna spostare il problema su chi lo adopera per comprendere la portata del fenomeno.
Qui ci stiamo limitando ad accennare ai chatbot e allo spargimento del sale sul testo scritto, il quale nondimeno rappresenta la prima grande “tecnica” della civilizzazione capace di modificare anche le nostre percezioni. Pensiamo al primato della vista e della scrittura sull’orecchio e sull’oralità illustrato da McLuhan ne La Galassia Gutenberg culminato nell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Se l’autore scrivesse oggi, forse l’IA figurerebbe come culmine di questo processo mediatico.
La nostra ultima svolta tecnologica ci ha messi gli uni contro gli altri e contro di lei evocando una nuova era del sospetto. Il progresso tecnico ci aveva promesso che avremmo fatto sempre meno fatica fisica e intellettuale (Si pensi alla messa in guardia di Rifkin nel suo ormai classico La fine del lavoro) mentre invece siamo caduti nel fact-checking universalizzato nel quale lavoriamo di più per dimostrare che sappiamo “fare” ancora qualcosa o che, quantomeno, possiamo controllare l’autenticità di ciò che diciamo e pensiamo. Chi ci ha tolto la gioia di scrivere e di contare fallendo e riprovando? Il gusto di armeggiare con i ricordi senza istantanee e reels instagrammabili?
La tecnologia potrebbe liberarci dalle pastoie dei compiti noiosi, dei calcoli sterili. Se usati come sostegni, persino i chatbot agevolano la revisione di un testo o di un progetto. Ma come gestire efficacemente uno strumento del genere in un mondo orientato al profitto?
Persino la tecnologia viene usata senza pietas ed è questo il nodo: Un appiattimento sulla strumentalità di tutto ciò che concerne l’umano con i suoi manufatti, i suoi prodotti, le sue creazioni.
Potremmo anche accennare all’impoverimento relazionale e culturale, al crollo dell’attenzione e della memoria, alla voglia di fare qualcosa corporaliter senza smaterializzarla istantaneamente in un’esperienza social. L’imperatore è nudo come nella bella fiaba di Andersen; non ci interessa esporre il tranello come fa il bimbo coraggioso. La maschera ci pare sia già calata sulla notte dell’intrattenimento vocato al consumo di pensieri, abilità, relazioni.
Ci preme invece dire che siamo ancora in tempo, possiamo invertire la rotta. L’umanesimo antico delle corti europee e quello religioso, incentrato su un ethos esemplificato sul divino, hanno attraversato la storia occidentale terminando in un post-umanismo distopico, accelerato dalle sue spinte di controllo. Eppure l’umanesimo non si è mai compiuto poiché l’umano opera come categoria sconfinata insieme alle sue tecnologie, le sue manie, le sue ritualità cangianti, le sue arti e i suoi saperi, non riducendosi a una sola dimensione.
Noi aneliamo a un umano prospettico e vario; abbiamo bisogno di chi costruisce e di chi crea, di chi congegna e di chi pensa: Come abbiamo fatto a dubitarne limitandoci a consumare prodotti fatti per intrattenerci, informarci e collegarci a casa, a scuola, al lavoro? Tuttalpiù ci concediamo di educare “impresari” capaci di perpetrare il progetto collettivo inventandosi nuove vie di applicazione, altre startup (che esista una “competenza imprenditoriale” tra le Raccomandazioni del Parlamento Europeo per l’apprendimento permanente mi toglie il sonno).
L’esito dell’umanesimo classico è divenuto la conferma del suo vizio di forma originale confluito nelle maglie soft della persuasione tecnica che ci rende tutti affiliati agli stessi bisogni e agli stessi mezzi per soddisfarli. Stiamo cercando di rimediare, forse in parte ci riusciremo.
Intanto spicca il rischio di un avanzato strumento di calcolo in mano al potere. Il nodo resta la prevalenza dell’uso sull’interrogazione circa il senso; l’enunciato deve essere rivoltato tornando all’agente. Di volata segnaliamo come Heidegger avesse previsto questo sbocco unitotale della tecnologia. Il suo rigetto del pensiero calcolante resta ancora insuperato. Aggiungiamo che non basterà mettere in campo l’etica e i valori, ci vorrà un pensiero forte dunque ontologico, orientato alla globalità degli eventi che ci collochi al centro delle nostre produzioni per guidarci nell’epoca ipertecnica che dobbiamo ancora vedere realizzata.
L’abbaglio di questo mondo evaporato di senso sosta altrove ed ha radici lontane: è iniziato con la divaricazione dei saperi, con la preminenza accordata all’utile immediato e al benessere di pochi sulla strumentalizzazione e l’infotainment di molti. Il nostro è uno psicodramma politico e culturale che adesso ci presenta il suo conto con urgenza. Anche il Papa esalta l’Humanitas con un’autorevolezza che ben pochi hanno mostrato recentemente.
Umano è tutto il nostro mondo, non c’è un fuori da noi che possa salvarci. Il nostro limite e la nostra grandezza risiedono nella nostra natura; ampliarla però significa raccontarla tutta superando le nostre categorie, compresa quella di non-umano, non per farne saltare il limite bensì per rimarcarne la soglia come vulnus di senso. Tutto il contrario della corsa alle nuove tecnologie che invece di essere addomesticate rischiano di travolgerci.
Un neoumanesimo allargato si prospetta, lo vediamo arrivare. Stavolta auspichiamo sia davvero integrale, capace di guidare l’intelligenza anche negli sviamenti, custodendo la cinta antropologica, ossia la teoria, prezioso salvagente per arrischiarci sul nostro confine filosofico. Dobbiamo navigare nei nostri artefatti e nelle nostre creazioni che ci magnificano se sappiamo veleggiare con gli occhi aperti sulla multivocità, tramite un’“ontologia polivalente” dischiusa su di noi e sugli enti, sulle creazioni, sulle idee e sulle macchine, come ha suggerito Sloterdijk.
Il neoumanesimo teoretico limita il dispiegamento incontrollato dell’efficienza. Forse stiamo tornando all’inizio della nostra storia, stiamo per rinascere umani.
Cosa lasceremo deperire? Intanto alcune piccole cose di tutti i giorni che messe insieme fanno un mondo: forse la spinta a dover sempre acquistare nuovi prodotti; la coazione a scattare foto e girare video da postare in ogni momento della nostra giornata vidimata, nonché la smania di rincorrere l’ultima esperienza imperdibile per riposare vicini alle cose, alle macchine, ai viventi e alle persone.
Cosa ci resterà? Il godimento pensoso della nostra frontiera ampliata nel desiderio di non consumarla mai.