LO STRAPPO CULTURALE (TOPPE E RAMMENDI)
Chi critica la società in cui vive, chi insiste nel non vedere in essa l’armata dei buoni o il giardino del mondo bensì una civiltà in declino morale e intellettuale si trova solitamente, dopo un po’, a venire accusato di essere distruttivo o bastiancontrario, di non prospettare soluzioni alternative e così via. Si potrebbe rispondere a tutto ciò con una feroce critica al “soluzionismo” implicito di chi ti rimprovera (generando però l’ovvio paradosso di rispondere a chi ti accusa di criticare soltanto, criticando anche la critica) oppure segnalando la nobiltà di criticare la società in un mondo estremamente conformista e che su questo conformismo edifica carriere. Chi scrive però, ogni tanto, sente il bisogno di giustapporre alle proprie lunghe e, si spera, fondate critiche qualche proposta in positivo. Nel mio volume Lumpen Italia (Ipoc 2015, poi LetteredaQalat 2022) vi era un’appendice con alcune proposte per rallentare l’ascesa del sottoproletario cognitivo. In questo pezzo invece, dopo numerosi articoli su Avanti! e Aldous in cui si indica e si stigmatizza il collasso culturale, intellettuale, concettuale, formativo, accademico e scolastico, si proverà qui a proporre qualche semplice decisione politica che potrebbe, se non invertire la rotta, perlomeno rallentare il declino o creare qualche isola meno infelice. Insomma qualche idea concreta che possa allentare questo trionfo dell’ignoranza, questo anti-intellettualismo di massa trionfante. Ne proporremo cinque.
La prima ha a che fare con la catastrofica ascesa delle università online. Realtà che devastano il livello medio dei laureati italiani sia per quelli tra loro che lì si laureano sia per l’emulazione al ribasso che stanno causando soprattutto negli atenei meno prestigiosi costretti a contendere le matricole alle online abbassando il coefficiente di difficoltà dei propri corsi. Da qualche tempo gli atenei online inoltre, male minore quando venivano frequentati da lavoratori o da gente in età che voleva sfruttare la laurea per carriere interne nel pubblico o da persone impossibilitate alla presenza a lezione, si fanno sempre di più prima scelta dei diciottenni. Ragazzi appena diplomati che ormai vedono una normale università in presenza sempre più fuori dalla propria portata per preparazione, investimento nello studio, desiderio di esplorare il mondo esterno e capacità di staccarsi dalle cure di mamma e papà. La soluzione è semplice. Il legislatore dovrebbe riportare le università a distanza nel proprio originario alveo operativo cioè quello di sostituire, per chi è impossibilitato per cause di forza maggiore, le università in presenza. Basterebbe agganciare per legge l’iscrizione al possesso di alcuni prerequisiti: anagrafici (ad esempio 22 anni di età per immatricolarsi alla laurea di base e 25 per la magistrale) o di condizione lavorativa (studenti-lavoratori) o di condizione di salute propria o dei genitori tale da rendere difficile la presenza fisica dello studente. In assenza di una limitazione di questo tipo appare evidente come il nostro “destino manifesto” sia quello di far collassare il livello delle lauree fino a rendere inevitabile l’abolizione del valore dei titoli di studio (una vecchia passione del neoliberismo) e procedere verso una parodia senza finanziamenti del sistema americano.
La seconda proposta avrebbe anch’essa un valore sia simbolico che pratico. L’eliminazione, nei soli licei, dell’alternanza scuola-lavoro (attualmente denominata FSL, acronimo che ha sostituito PCTO che ha sostituito ASL, in attesa di essere a sua volta sostituito nella perenne sarabanda circense degli acronimi scolastici). L’alternanza toglie ore alla preparazione scolastica ma anche insegna implicitamente ai ragazzi che le ore di matematica, fisica, scienze, latino eccetera sono meno importanti di strampalate iniziative e conferenze improvvisate e ben poco seguite. Contestualmente, per meglio segnare il cambiamento nei licei, andrebbe drasticamente calmierata dal Ministero ogni altra iniziativa che si svolga nell’orario di scuola e ne interrompa la didattica.
La terza idea propone un reddito di sostegno con procedura d’emergenza per chi si ritrova a spasso tra un contratto di docenza o di ricerca universitario e l’altro. Le pause di retribuzione nella carriera accademica in Italia sono tra le cose che meglio dissuadono i non benestanti dal fare ricerca. Una modica cifra stanziata basterebbe per far capire ai giovani aspiranti ricercatori che all’Italia di loro qualcosa gliene frega.
La quarta sarebbe una estensione del ridottissimo numero (meno di trenta) di aventi diritto alla cosiddetta “Bacchelli”, l’assegno vitalizio straordinario istituito con la legge n. 440 del 1985 per chi ha illustrato il proprio paese per meriti culturali o artistici. L’estensione andrebbe contemplata anche in considerazione del fatto che alcune delle occupazioni collaterali degli uomini di cultura sono nel frattempo praticamente morte e difficilmente permettono di sopravvivere (penso alle traduzione, agli articoli culturali, alle redazione delle enciclopedie eccetera).
Infine una buona quinta proposta sarebbe il pagamento di vitto, alloggio, iscrizione e testi universitari per tutti gli anni curriculari del corso di laurea per tutti gli studenti di scuola superiore diplomati con cento centesimi. Sarebbe la dimostrazione che L’Italia punta sui suoi figli più volenterosi.
Piccole e non troppo onerose disposizioni che mostrerebbero, a chi abbia la disgrazia di amare la cultura, la scuola e la ricerca senza essere almeno benestante, di non essere nato nel paese sbagliato. Al costo, ci rendiamo conto assai doloroso per le nostre classi dirigenti di destra e di sinistra, di qualche obice in meno.