Aldous

Circolari ipnopediche

UN LESSICO DELL'EPIDEMIA

Nel libro di Barbara Stiegler La democrazia in Pandemia. Salute, ricerca, educazione (trad. di A. Bonalume, Carbonio Editore, Milano 2021) Pandemia non significa una condizione patologica collettiva ma un luogo, un «continente mentale» nel quale molte (non tutte) società contemporanee sono state da quasi due anni confinate (p. 25). Quanto sta accadendo a partire dalla sindemia SARS-CoV-2 è infatti un evento politico di assoluta rilevanza, che ha dietro di sé decenni di preparazione culturale/economica ed è volto a inquietanti sviluppi.

Al centro dell’accadere non c’è soltanto un virus più o meno pericoloso ma c’è il linguaggio, ci sono le parole che «possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico» (p. 49), come afferma il filologo Victor Klemperer riferendosi alla lingua del Terzo Reich. Neologismi, risemantizzazioni, parole d’ordine ossessivamente ripetute sono pericolosi virus che hanno infettato il corpo collettivo: lockdown, coprifuoco, mascherine, fragili, webinar, dad, distanziamento sociale...Queste parole vanno sostituite con altre, più antiche, più dense, più corrispondenti a quanto sta accadendo.

L’oscurantismo si è impadronito delle menti, trasformando la scienza in una vera e propria religione, la quale fa sì che «qualsiasi critica alle manipolazioni del sapere da parte delle autorità» sia «immediatamente accusata di ‘complottismo’, a dispetto delle grida d’allarme delle stesse grandi riviste scientifiche sulle rozze manipolazioni scientifiche, presentate in Pandemia come ormai legittime» (p. 37).

Effetto e insieme radice dell’oscurantismo è la superstizione, pratica e atteggiamento da sempre utilizzato da parte di chi comanda; Pandemia è infatti un luogo condizionato dalla «falsa immaginazione […] di un mondo in cui tutti erano ugualmente minacciati di morte uscendo dalla propria casa» (p. 50); ed è anche per questo che un simile «occultamento dello stato della scienza apparirà retrospettivamente come il peccato originale dei governanti […] Molti esperti in questo caso hanno rivestito un ruolo inquietante da garanti» (p. 10), trasformandosi da scienziati in fattucchieri al servizio dell’autorità politica.

Altra parola fondamentale è paura, una paura universale che è suscitata dall’autorità ma che l’autorità anche subisce, tanto che «questo governo che, a partire da questa data, si metterà a governare sistematicamente con la paura, è stato esso stesso dall’inizio alla fine, governato dalla paura. Per il panico del virus, naturalmente, ma anche per quello della rivolta sociale» (pp. 28-29).

La paura del potere - nel duplice senso del genitivo - ha condotto alla colpevolizzazione, a «una spettacolare inversione di responsabilità […]. Mentre i cittadini erano le vittime di una politica che aveva disarmato il sistema sanitario, il governo ha rovesciato l’accusa imputandola ai cittadini stessi» (p. 32), vale a dire alle vittime dello smantellamento della sanità pubblica. È questa infatti una delle cause principali dell’epidemia Covid19.

Gemella della colpevolizzazione è una infantilizzazione del corpo sociale che arriva «fino all’umiliazione» (p. 65); una «infantilizzazione generale di tutti gli atti della vita, pubblici e privati. […] Invece di una comunità di cittadini, eravamo tornati allo stadio pastorale del ‘gregge’, lo stesso stadio da cui l’illuminismo aveva cercato di emergere» (p. 31).

Ciò che Barbara Stiegler riferisce del presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron vale per gran parte dei decisori politici contemporanei, responsabili di veri e propri crimini contro l’umanità. Molto oltre il dispositivo della «nuda vita», infatti, Macron, Draghi e altri stanno in realtà mostrando un vero e proprio disprezzo per la vita e per la salute dei cittadini affidati alla loro autorità, disprezzo tanto più grave in quanto continuamente mascherato del suo contrario. Stiegler scrive che «a ben guardare, le decisioni del governo non sono mai state guidate da una reale preoccupazione per la vita e per la salute» (p. 51).

L’esito complessivo di tutte queste parole è costituito da altre due parole.

La prima è ferocia, per comprendere la quale basta questa sintesi di molti fatti:

È diventato così ‘legale’ impedire a un malato di cancro alla fine della vita di vedere per l’ultima volta i suoi amici, di isolare da qualsiasi contatto umano i pazienti che soffrono di depressione o gli anziani nelle case di riposo, di rifiutare a un moribondo la possibilità di abbracciare i suoi cari prima del trapasso, di costringere una donna in travaglio a passare i dolori del parto soffocando nella mascherina, di rimandare i bambini maltrattati presso i loro genitori violenti. Per gran parte del personale sanitario, questa è stata un’altra opportunità di obbedire e adattarsi, dando prova di ‘resilienza’ e ‘agilità’. Ma per molti altri è stato un tradimento di troppo, che ha scatenato un’ondata di depressione e rassegnazione senza precedenti, disarmando ulteriormente il sistema sanitario per l’ondata successiva (p. 43).

La seconda parola è ingiustizia. L’epidemia ha generato un mondo «dove l’ingiustizia e l’arbitrarietà erano in bella mostra, e dove anche i cittadini più ragionevoli avevano deciso di non rispettare le leggi tanto sembravano inique e incoerenti» (p. 68). Una reazione che si riferisce al momento nel quale l’analisi di questo libro si chiude, il novembre del 2020. I mesi che da allora ci separano hanno confermato e aggravato - attraverso il lasciapassare sanitario imposto per ogni attività - oscurantismo, superstizione, paura, colpevolizzazione, infantilizzazione, ferocia, ingiustizia.

Il risultato è che «la luce che viene sventolata alla fine del tunnel ha lo stesso effetto dell’oscurità» (p. 70). È l’ultima parola del lessico politico che ho cercato di trarre da questo libro. Oscurità è un concetto inseparabile dal suo opposto. C’è buio soltanto dove si sa che cosa sia luce, c’è buio soltanto dove si dà luce. Anche per questo, nessuna rassegnazione, nessuno scoramento. Va invece ricordato l’antico detto «non prævalebunt», non prevarranno.