Aldous

Circolari ipnopediche

IL FAVOLOSO MONDO DI PANDEMIE

L’obbedienza alla lezione di Saul Bellow, che invita a indagare il banale come oggetto preferenziale per comprendere il mondo, si infrange in me da qualche tempo di fronte al tentativo di capire la maggioranza dei concittadini (una maggioranza che si fa meno compatta e meno numerosa, ma pur sempre maggioranza) che per il terzo anno si adagia (ignorando la scomodità della postura) sulla narrazione dominante dei media e del governo. Una maggioranza che alla fede nell’eroica lotta governativa alla pandemia e alla sua paterna sollecitudine per la salvezza di ogni italiano, ha aggiunto con naturalezza la guerra come difesa dei sacri valori democratici contro le autocrazie (solo alcune, altre sembrano serbare una loro inopinata autocratica innocenza) e i loro folli progetti di conquista del mondo libero.

Guardo questi individui (non affetti da apparenti tare mentali, non ignoranti, non particolarmente disinformati, alcuni persino ascrivibili in senso largo e meno largo al “ceto intellettuale”) con stupore sempre rinnovato e persino con una forma di perplessa stizza, forse invidia del mio essere fuoriuscito dall’età d’oro in cui si credeva a tutto ciò che i grandi ci raccontavano.

Si rinnova in me lo stupore non tanto nei confronti dei singoli contenuti della loro visione del mondo e della nostra storia recente. Alcuni di questi contenuti sono verosimili (quanto al Vero, diversamente da molti miei contemporanei, non sono attrezzato a identificarlo con certezza), alcuni assai parziali ma non meno di quelli dei loro avversari. Certo, già appare problematico tenerli tutti insieme questi contenuti, per l’attrito che generano, ma neppure questa è in fondo la questione.

Ciò che invece stupisce è una questione in qualche modo esterna ai singoli contenuti della loro credenza, ciò che stupisce è che un ingente numero di uomini possa avere la medesima identica lettura degli eventi e che questa lettura che li accomuna sia guarda caso quella desiderata dalla classe politica tutta e indefessamente annunciata dai media italiani. Ognuno di loro pensa, convinto della propria piena libertà, guarda caso ciò che coincide con il verbo degli uffici stampa del governo, con i principali esponenti dei comitati tecnico-scientifici, con la linea dalla quasi totalità dei giornali e delle televisioni. Una armonia prestabilita, una quadriglia del pensiero, un parallelismo degno di Spinoza.

E per ognuno di loro questa coincidenza non “fa problema”, non costituisce travaglio filosofico o ragione di sospetto. Anzi l’accordo dimostra la giustezza delle loro (per modo di dire) idee. Come non invidiare questo pensiero che riposa nel ventre della maggioranza come nel ventre della madre prima del trauma del parto? Che ti permette, come un ciclista stanco, di appoggiarti al gruppone, senza esporti al vento e agli imprevisti della solitudine? Che infine fa pensare a te stesso come in grado di spezzare perennemente il pane alla mensa dei buoni?

È questa fortunata natura della maggioranza, che la tiene nella serenità di uno gnostico prima della caduta, che mi dispiace non poter eguagliare. Ho provato, da studioso di antropotecnica e pratica filosofica, ad acconciare la mente in modo che possa raggiungere questa meravigliosa acquiescenza all’esistente, ma non è facile. Ho provato anche a formalizzare ed elencare i cattivi pensieri che si stagliano davanti alla mente in cerca di quiete, disturbi concettuali che si frappongono all’abbraccio della mente collettiva, di modo da poterli combattere e, meno egoisticamente, di modo che ognuno se ne possa difendere.   

  1. Per prima appare la storia, che per chi la conosce mai coincise neppure per caso con le tesi che i governi e la stampa ne diedero quando gli eventi accadevano. La lettura delle prime pagine dei giornali a distanza di vent’anni è una sesquipedale serie di bugie, mezze verità, retoriche tirate a difesa di interessi poco confessabili: così per il risorgimento, così per il post unità italiano, così per l’età crispina, così per la Prima guerra mondiale e così via. La ricostruzione storica invece mette in evidenza ben altre complesse reti di interessi e di ideali variamente componentesi. Dovrò dunque convincermi che è solo adesso, per la prima volta, proprio nel 2020-23, che la versione ufficiale coincide con la realtà e la tirata retorica non è tale ma sgorga da cuori buoni.
  2. Per seconda appare la consapevolezza che ogni realtà storica, ogni aggregazione, ogni grumo di interessi, agisce nella storia in ragione delle proprie dimensioni e della propria organizzazione pressando e cadendo di taglio sull’interesse generale e che questa fase storica vede una concentrazione mostruosa di poteri finanziari con un livello di collegamento e coordinamento mai raggiunto prima quando mancanza di tecnologia telematica e presenza delle nazioni rallentavano l’unita d’intenti. Dovrò dunque convincermi che la più grande concentrazione di denaro e d’informazione della storia, per la prima volta, sia inattiva o persegua solo fini buoni e generali. Una sorta di Scrooge globale pentito, visitato di notte dal fantasma della pandemia.
  3. Per terzo appare il meccanismo più nello specifico, visibile a chiunque si informi e ufficiale da decenni, delle lobbies, dei sistemi di pressione di gruppi di cittadini (molto di rado) e grossi gruppi industriali e finanziari (spessissimo) che possiedono uffici, ragione sociale e regolamenti e che tutti possono trovare accanto alle sedi rappresentative del parlamento europeo o del congresso statunitense. Variamente presenti nella estensione delle leggi di modo che siano favorevoli ai loro clienti, mi convincerò che dal 2020 anche loro, commossi dalla gravità delle condizioni del mondo, tacciono o fanno il tifo per il corpo sociale nella sua interezza.
  4. Per quarto il tarlo del meccanismo specifico si ripresenta per il sistema mediatico e in particolare per i giornali. Si pensi ai giornali negli anni Settanta. Ci sono un gran numero di testate, perlopiù ogni testata appartiene a un gruppo editoriale specifico o a un partito, molte proprietà campano di questo (editori puri), molti di questi giornali sono in attivo o possono esserlo cambiando linea editoriale e usano i loro successi per contrattare con la proprietà spazi di autonomia. Alcuni giornali fanno capo a, diciamo così, forze politiche e geopolitiche diverse. Negli anni Venti di questo secolo ci ritroviamo invece con poche testate, perlopiù appartenenti ad ancor meno gruppi editoriali. Questi gruppi editoriali sono spesso parte di enormi agglomerati economici con interessi in vari rami. Tutti i giornali o quasi sono in passivo, tutti hanno perso decine di migliaia di copie nell’ultimo decennio, tutti o quasi hanno usufruito di piani di licenziamento, il potere dialettico contrattuale dei giornalisti è ormai inesistente e debbono essere felici quando un ulteriore piano di tagli si rimanda di un paio d’anni. I gruppi proprietari sono infine allocati nella stessa rete di alleanza finanziarie e geopolitiche. Nonostante il miserevole stato economico e le perdite che infliggono ai proprietari, le testate vengono fatte oggetto di goloso acquisto dai grandi gruppi economici. Dovrò dunque convincermi che due opposte situazioni economiche e organizzative danno gli stessi risultati in termini di autonomia dei giornalisti, che i grandi gruppi acquistano, disinteressatamente, per preservare la democrazia e assicurare libertà e varietà d’opinione e che gli interessi economici di questi gruppi non pregiudichino la libertà editoriale dei loro giornali. E infine che il ridottissimo numero di proprietari e la relativa facilità di accordo su una linea politica siano irrilevanti.
  5. Per quinta appare la miserevole condizione in cui versa la democrazia in Italia, con una perdita di prestigio del potere legislativo, un potere giudiziario variamente politicizzato, un esecutivo sempre più preponderante che governa per fogli d’ordine, un ruolo meramente decorativo dell’opposizione, una continua utilizzazione di uomini delle banche utilizzati come tecnici e imposti dal Presidente della Repubblica in sostituzione di governi politici, un disagio a identificare il personale politico prolungando irritualmente il già lungo settennato del Presidente per ben due volte, un ribaltamento continuo delle posizioni politiche dei partiti rispetto a quelle con cui si sono presentate agli elettori, un continuo tentativo di rendere inutili gli effetti di quei pochi referendum in cui il popolo italiano abbia espresso la propria volontà. Ebbene anche questo è finito, dal 2020 viviamo in una gran bella democrazia ed è evidente, per fare un esempio, che la rielezione degli ultimi due presidenti della repubblica sia legata al loro eccezionale valore personale e politico che chiaramente i precedenti presidenti (ad esempio Einaudi o Pertini) non potevano evidentemente raggiungere.
  6. Per sesta appare la complessione morale e culturale della nostra classe politica. Da decenni tutti i media ci spiegano come la politica sia un insieme di truffe, come rubino tutti. Dal 92 si susseguono racconti di furti, avventurosi nascondimenti di refurtiva, tangenti, intercettazioni dove ci si sfregano le mani per avvenuti cataclismi. Da decenni ogni conversazione sui destini della politica incontra l’irritante barriera del “tanto sono tutti uguali”. Ebbene devo ricordare che questa congerie di manigoldi (così li vedevano gli italiani) si è fatta schiera di robespierriana incorruttibilità e dedizione al bene comune nel 2020, schivando ogni tentazione di compiacere i ricchi portatori di interesse presenti in ogni evento umano. La conversione del resto è un topos dei paesi di cultura cattolica, sebbene in questo caso torni lo stupore per una conversione contemporanea e coordinata.
  7. Per settima appare la tentazione di notare che le grandi industrie farmaceutiche, protagoniste di questi tre anni e assurte in questi decenni a dimensioni economiche abnormi e datrici di lavoro, denaro e prestigio di molti scienziati nel mondo, abbiano già nel proprio curriculum scandali enormi con ricadute pesanti sulla salute umana. ma ovviamente anche queste sono vicende del passato che nulla hanno che fare con la nostra storia recente.
  8. Restando nell’ambito della medicina appare per ottavo il cattivo pensiero di una sanità fatta a pezzi negli ultimi decenni, privatizzata e fatta oggetto di “aziendalizzazione” con un supremo disinteresse per il benessere dei cittadini italiani, soprattutto delle zone periferiche. Anche in questo caso la medesima classe dirigente che ha reso la sanità un colabrodo (con il ritorno di Draghi, ben presente alla mente dei malati greci negli anni dell’austerity) ha negli ultimi tre anni messo la salute dei cittadini al di sopra di ogni cosa (sebbene anche dal PNRR ciò non stenti a vedersi)
  9. Per nona ritorna la storia a visitarmi la mente con le decine di stragi e misteri italiani dove gli Stati (non solo quello italiano) hanno svolto contemporaneamente il ruolo di vittima (simbolica) e mandante (reale) con innumerevoli morti e parenti sopravvissuti che mai hanno saputo il perché delle loro sofferenze. Ma questo è il passato (1969, 1973, 1974, 1978, 1980, 1992, 1993 i primi anni che vengono in mente) adesso nulla è opaco e tutto è trasparente.
  10. Infine, in risposta allo zombie democratico (vedi La democrazia e i suoi becchini) che mi sussurra che null’altro si poteva fare, che eravamo (e  siamo e saremo) in emergenza e in emergenza i dubbi non hanno senso, che sul Titanic non ci si mette a controllare se le scialuppe sono a norma CE, appare per decimo il pensiero che non siamo soli al mondo, che esistono altre nazioni che sul medesimo Titanic hanno fatto scelte un po’ diverse, che hanno gestito diversamente il lockdown, che hanno in misura minore stuprato la gerarchia delle fonti, le cui corti costituzionali non sono state colpite dalla metafora del naufragio (in Spagna ad esempio) e hanno posto un freno alle scelte dell’esecutivo e che nessuna di loro, tranne noi e l’Austria, ha cosi ferocemente colpito il diritto del lavoro. Dunque la necessità ritorna, entro certi limiti, a farsi scelta e le scelte implicano responsabilità e finanche colpa. Queste nostre scelte necessarie inoltre non hanno dato risultati migliori di altre meno dure e basta questo a dimostrare che la necessità è un manto che copre altro.

… niente da fare. Io ci ho provato ma troppi ostacoli e un cuore poco puro si frappongono alla quiete del regno del bene, lascio a voi tentare; io cercherò di farmene una ragione del non saper entrare nel Favoloso mondo di Pandemie.