Aldous

Circolari ipnopediche

OLIGARCHIE COGNITIVE

Con la missione, assegnatagli dal dio, di svegliare i suoi concittadini, invitarli – per evitare “l’incantesimo” delle apparenze – a conoscere sé stessi, a porsi e a porre domande su cosa fosse la giustizia, il bene, la politica, persuaderli e rimbrottarli uno per uno, dovunque li incontrasse, nei negozi o per le strade di Atene, incessantemente per tutto il giorno, fastidioso come un tafano ai fianchi di un cavallo di buona razza ma un poco tardo e bisognoso di essere stimolato, Socrate è il primo a istituire, per le generazioni successive, la funzione e il metodo educativi dell’intellettuale.

Sarebbero dovuti passare secoli, tuttavia, prima che la parola “intellettuale”, come sostantivo, acquistasse il significato di “maître à penser” o di “public moralist” (per servirci solo di due dei tanti sinonimi, elencati puntigliosamente da Sabino Cassese nel suo recente libro, «Intellettuali», il Mulino 2021, pp. 123, € 12,00, con cui si suole indicare un uomo che «è impegnato innanzitutto in un’attività di riflessione in pubblico e di istruzione del pubblico in generale»). Nato come aggettivo (si trova già in Dante, Paradiso, XXX, 40, “luce intellettuale”, cioè la luce che emana da Dio, che è luce spirituale), divenne «sostantivo solo alla fine dell’800, a opera del notissimo scrittore francese Émile Zola», quando «scrisse il 13 gennaio 1898 sul giornale “L’Aurore” un editoriale che riempiva l’intera prima pagina, intitolato “J’accuse”, diretto al presidente della Repubblica francese Félix Faure, per denunciare pubblicamente le malefatte a danno del capitano Alfred Dreyfus», ebreo.

Questo e tanto altro scrive Cassese, per illustrare, con lodevole chiarezza, la progressiva marginalizzazione che questi «tempi bui», in cui «l’uno vale l’altro [e] non c’è differenza tra il sapiente e l’ignorante», hanno inflitto a una figura sociale che, pur presente oggi nei giornali, in televisione, alla radio, cioè nei “media” che hanno dominato nel secolo scorso, sembra tuttavia essere quasi il relitto di una stagione, pur lunga e onorevole, ma destinata a tramontare, perché sopraffatta dallo sviluppo inarrestabile dei new media e di Internet in special modo.

Passa, infatti, da lì una massa torrenziale e informe di notizie, la cui caratteristica è – osserva Cassese – il «“connective turn” (immediatezza, volume e pervasività digitale)», col conseguente dominio della «“memoria transattiva” (le persone fanno affidamento sulle informazioni che possono trovare nel web)», che «induce alla pigrizia cognitiva».

Ma è proprio questo mondo in sempre più rapida trasformazione, «quando tutti possono salire in cattedra e alcuni dei mezzi di cui si vale l’intellettuale raggiungono sempre meno persone (penso principalmente ai quotidiani)», che, secondo Cassese, richiede all’intellettuale la «capacità di “reinventarsi”, ma senza tradire il proprio mestiere», in forza della convinzione che l’intellettuale sia ancora utile alla società: perché gli intellettuali «informano, alimentano il dibattito pubblico, forniscono le coordinate concettuali, aiutano il pubblico a entrare nei meandri del pensiero, a ragionare con la propria testa», educano alla razionalità e al dialogo, nonché a «far sperare in un futuro migliore» (ma, tra i nove capitoletti di cui consta il libro, in quello dedicato a “i vizi degli intellettuali”, Cassese non fa parola – e il silenzio finisce per essere un maldestro tentativo di autoassoluzione – della ricorrente vocazione, assai poco “socratica” e altrettanto poco onorevole, degli intellettuali alla servitù volontaria verso il “principe” di turno: dittatore, partito, classe sociale, “caste” varie, consigli d’amministrazione etc.).

Invece, non è così sicuro, Cassese, che gli intellettuali servano alla democrazia, dal momento che, col suffragio universale, «tutti hanno diritto al voto, tutti possono essere eletti» e «non sono richiesti requisiti di conoscenza per partecipare alla politica». Quindi, «non parrebbe necessaria una funzione democratica propria degli intellettuali», anche perché «si è diffusa l’idea che all’uguaglianza nella titolarità dell’elettorato attivo corrispondesse uguaglianza delle capacità», come se «l’uguaglianza formale e l’uguaglianza sostanziale, in materia politica, andassero di pari passo».

Pur dissentendo da una tale equazione, Cassese non sposa però la causa di certi politologi che, come Jason Brennan, davanti alla diffusione delle istanze populistiche e alla mediocrità di molte classi dirigenti, specialmente dopo la liquefazione dei partiti politici tradizionali, «che hanno svolto il compito di “palestra” per la ‘Bildung’ e la selezione dei candidati», si battono contro la democrazia sia rappresentativa che deliberativa e propongono «l’epistocrazia (il governo di coloro che conoscono, dei competenti)»

A una tale ipotesi dichiaratamente oligarchica, Cassese oppone il richiamo alla necessità di rimuovere qualsiasi ostacolo economico e sociale che pregiudichi la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, e di investire risorse e passione nell’istruzione, come primo e fondamentale anello della loro formazione umana, civile, culturale. A questo scopo, conclude Cassese, «possono contribuire, oltre al sistema scolastico, intellettuali attenti al compito di contribuire a formare l’opinione pubblica».