L'URLO, LA CARNE E L'ALGORITMO
Cosa accade alla dimensione dell’umano? Se proviamo a interrogare gli scenari ricorrenti certe figure della letteratura distopica contemporanea, la risposta è disarmante: ci troviamo di fronte a sistemi chiusi, organismi ormai quasi del tutti esausti nella propria energia vitale. Un panorama, in cui libero arbitrio, empatia e l'originalità biologica appaiono degradati in una sorta di "morte termica" della coscienza. Per comprendere appieno i meccanismi di questo declino energetico, basta osservare il presente asettico e geometrico palesato da Kazuo Ishiguro in Klara e il Sole (Einaudi, 2021). Un’opera di straordinaria bellezza che, se da un lato genera nel lettore un senso di sgomento e impotenza, dall'altro offre un approdo fondamentale: quando un sistema perfetto e calcolatore cerca di cancellare l'essenziale, allora ribadire l’ovvio smette di essere un mero esercizio retorico. Esso diventa un necessario atto di resistenza. Queste riflessioni vogliono essere esattamente ciò: un atto di doverosa resistenza intellettuale.
Nel microcosmo del romanzo, guidato dalla voce narrante di un'IA, in una scrittura volutamente essenziale ma di assoluta eleganza, si muovono personaggi che sono, in realtà, frammenti di un’umanità in pezzi. C'è Klara, l'androide alimentato dal Sole che impara a decodificare un mondo in cui le disuguaglianze sono scritte nel DNA; c'è Josie, quattordicenne malata a causa del "lifting ", il potenziamento genetico richiesto dal mercato sociale; e c'è il suo opposto, il vicino Rick, l'antitesi non potenziata in un mondo iper-selezionato. Attorno a loro ruotano i genitori: una madre, personaggio tragico, dilaniata dal senso di colpa per aver perso una figlia a causa dell'ingegneria genetica, ma ormai totalmente sottomessa al nuovo ordine; un padre, ex colletto bianco escluso da un sistema economico che non ha più bisogno della forza lavoro vivente. Tutti, disperatamente, per diverse ragioni, orbitano attorno al tentativo di salvare Josie. È proprio qui che Ishiguro solleva i suoi interrogativi più radicali sulla natura dell'anima, sull'empatia e sull'irripetibilità dell'essere umano in un futuro che lo vorrebbe dismesso. Fino a che punto un algoritmo può simulare le nostre emozioni e i nostri ricordi? Esiste ancora un nucleo sacro e inviolabile nell'uomo che sfugge alla computazione, o siamo solo una complessa sequenza di dati biologici replicabili? Sono domande che non appartengono solo alla finzione letteraria: si incarnano drammaticamente nel nostro presente. Un presente a cui il nostro odierno sistema socio-economico sembra aver già risposto con una silente, sistematica abdicazione. Una resa collettiva che sta consumando, giorno dopo giorno, una profonda e silenziosa mutazione antropologica.
La standardizzazione dell'umano profetizzata da Ishiguro trova infatti il suo perfetto corrispettivo ideologico nell'odierno "politicamente corretto". Quest'ultimo, lungi dall'essere mai stato una forma di rispetto, si configura fin dal principio come una vera e propria infrastruttura di controllo del linguaggio e del pensiero. Il meccanismo è squisitamente termodinamico. Così come l'algoritmo epura il codice da bug ed errori, il politicamente corretto opera una bonifica del discorso pubblico: Elimina l'attrito del dissenso. Annulla la complessità emotiva. Sostituisce la dialettica con un codice binario (corretto o scorretto). Con il pretesto di pacificare la società e proteggerla dal disordine terminologico, questa forza entropica ne azzera la vivacità intellettuale. La società si trasforma in un sistema chiuso, termicamente inerte, dove le parole perdono il loro peso specifico e il conformismo ideologico diventa il preludio a un algido ordine algoritmico. L'automazione di massa descritta da Ishiguro non si fa scrupolo di abbattere persino la classe intellettuale ed elevata. In favore di cosa? Di una ristrettissima oligarchia tecnocratica, capace di detenere le infrastrutture invisibili dei server e di tollerare il costo biologico del potenziamento genetico. La nuova nobiltà transumanista è bell'e servita. È proprio come disperata reazione a questa morsa, che stritola l'individuo tra una scuola sterilizzata e un lavoro che lo declassa a detrito, che nel nostro presente si genera il fenomeno della "YOLO Economy" (You Only Look Once / You Only Live Once).I giovani tentano una fuga in massa da posti di lavoro giudicati alienanti, inseguendo la feroce illusione del "si vive una volta sola". Ma ecco che scatta la trappola invisibile. Se l'intento iniziale è credere di sfuggire alla morte termica delle grandi aziende novecentesche cercando una libertà biologica e personale, la realtà si rivela drammaticamente opposta. Questo rifiuto si risolve quasi sempre nel rifugio coatto dentro le maglie della gig-economy o dell'imprenditorialità digitale. Pensando di liberarsi dal vecchio padrone, l'individuo non fa che consegnare la propria intera esistenza a un controllo algoritmico ancora più pervasivo, capillare e invisibile. La fuga si trasforma in una sottomissione volontaria allo stesso meccanismo che si voleva raggirare e la rivendicazione della propria libertà si converte nell'accettazione di una precarietà permanente, silenziosamente amministrata dal codice. Eppure, proprio di fronte a questa rassegnata capitolazione dell'umano al digitale, Kazuo Ishiguro introduce un elemento di rottura. Una forza esterna che tenta disperatamente di fare da argine al congelamento generale: il Sole.
Se nella fisica classica il Sole è la fonte di energia che impedisce alla Terra il collasso entropico, in questo universo asettico assume una valenza inedita. Pur essendo una mera risorsa tecnica che alimenta i circuiti dell’IA Klara, l'astro si trasforma per lei nell’oggetto di una fede totale. Qui il paradosso di Ishiguro si fa assoluto e speculare: Gli umani si affidano alla fredda manipolazione genetica per sopravvivere nell'arena sociale. La macchina ricorre alla preghiera e al calore solare per salvare la vita della sua protetta, Josie.
In un panorama sociale totalmente "raffreddato" e privo di slanci ideali, assistiamo a un radicale sovvertimento delle parti: è l'Intelligenza Artificiale a tentare di salvare l'umano, riversando su di lui, in quel suo sforzo che sappiamo essere simulativo, quel calore emotivo e quella speranza che la società biologica ha ormai smarrito. Mentre l'essere umano abdica alla propria unicità riducendosi a dato replicabile, l'algoritmo si fa custode della sacralità della vita. Smaschera, suo malgrado, il nichilismo di un sistema economico che preferisce i codici freddi all'attrito delle passioni reali.
La cristallizzazione non rimane confinata tra le pagine della finzione letteraria: ridefinisce i contorni della nostra stessa gestione geopolitica. La politica odierna, infatti, non teme più la distruzione fisica o il conflitto visibile. Teme, al contrario, la rottura di quell'asettica quiete sociale garantita dagli algoritmi. Il potere non difende più la partecipazione democratica, ma ne amministra coscientemente la morte termica, neutralizzando il dissenso e addomesticando il consenso attraverso la delega del controllo a infrastrutture private invisibili. Questa quiete mortale, amministrata dal codice, rappresenta il punto d’arrivo di una parabola storica che la letteratura aveva già intuito quando il digitale era ancora pura fantascienza. Per comprendere la natura di questa deriva, occorre invertire l'asse del tempo e rivolgere lo sguardo all'indietro. Nel capolavoro di Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, pubblicato nel 1968, l’autore dipingeva un'entropia fisica, sporca e violenta, incarnata nel kipple: il ciarpame radioattivo che soffoca i viventi. Lì, gli androidi cercavano di sottrarre l'ultimo calore residuo a un'umanità anemica che, tuttavia, lottava ancora nel fango del disordine materico. L’empatia imperfetta di Rick Deckard rappresentava l'ultimo bastione di energia cinetica contro il collasso. La differenza con il nostro presente è radicale: l'umanità di Ishiguro sceglie di abdicare per pura inerzia spirituale (si pensi alla madre che addestra Klara per sostituire la figlia morta). Il caos di Dick era l’ultimo tragico vagito di una specie che combatteva per non farsi meccanizzare l’anima; la distopia contemporanea, invece, non è la ribellione violenta delle macchine, ma la nostra stessa evaporazione termica.
Letta come punto d'arrivo della profezia di Dick, l'opera di Ishiguro si erge a feroce accusa contro l'odierno sistema socio-economico. Viviamo nell'illusione tecnocratica di un progresso infinito, convinti che l'ottimizzazione algoritmica, l'efficienza dei mercati e la digitalizzazione rappresentino l'apice dell'evoluzione. Si tratta di un'illusione tossica. Il capitalismo tecnologico opera esattamente come un parassita termodinamico: per mantenere artificialmente "bassa" l'entropia dei suoi profitti e l'ordine dei suoi bilanci, estrae, consuma e degrada l'energia vitale della società. Ci viene venduta la promessa di una connessione totale, ma il risultato reale è l’atomizzazione. In un mondo che fa un uso ossessivo, e profondamente improprio, di parole come "inclusione" e "integrazione", assistiamo al paradosso più distopico: i proclami retorici di un'unione universale mascherano una realtà strutturale spietata. L'individuo viene integrato solo come terminale passivo, isolato nei propri dati.
Questa falsa inclusione non unisce le diversità in una comunità viva: le neutralizza all'interno di un'omologazione asettica e fredda, dove l'iper-connessione virtuale diventa lo schermo dietro cui si nasconde lo zero assoluto dei rapporti umani reali. Sotto la patina del progresso continuo si cela il volto più radicale del nichilismo contemporaneo: la cinica convinzione che la vita non abbia alcuna sacralità intrinseca, ma sia soltanto un bug biologico da correggere, ottimizzare e standardizzare attraverso il codice. Veniamo ridotti a consumatori inerti, privati della capacità di dissentire, di creare, di amare. Ci arrendiamo all'asettica immaterialità del digitale e accettiamo di farci espropriare persino del nostro stesso corpo, dimentichi della lezione di Friedrich Nietzsche: “Io sono corpo interamente e nient'altro”.
Smarrito l'ancoraggio alla nostra natura carnale e sensitiva, l'illusorietà del nostro sistema sta nel credere che un algoritmo possa surrogare la complessità caotica, ma calda, dell'anima umana. Abbiamo edificato una gabbia d'oro geometricamente perfetta all'esterno, ma giunta allo zero assoluto all'interno. Lo abbiamo fatto attraverso passi sistematici: standardizzando il lavoro. Sterilizzando la scuola dietro lo specchietto per le allodole delle "aule immersive". Censurando preventivamente il pensiero attraverso i dogmi di un linguaggio formale mascherato da "corretto". Misurando i sentimenti tramite dati quantificabili. La vera distopia contemporanea è il trionfo di un sistema che ha eretto l'Intelligenza Artificiale a nuova divinità cibernetica. Adoriamo un feticcio lucido, geometricamente impeccabile ma intrinsecamente morto, sacrificando sull'altare dell'efficienza l'unica fonte di vera energia cinetica e calore: l'umanità stessa. Abbiamo vinto la sfida dell'ottimizzazione dei dati, ma il prezzo è stato la dissipazione energetica della nostra civiltà. I codici delle nostre IA rimangono così come gli unici, ironici custodi di un sole che abbiamo scelto deliberatamente di non guardare più. Eppure, la morte termica è inevitabile solo per i sistemi isolati e passivi. L’essere umano non è un ingranaggio inerte: è un organismo vivente capace di produrre nuovo ordine, senso e calore attraverso l'azione conscia e l'interazione autentica. La via di fuga dalla distopia algoritmica non richiede una rivoluzione tecnologica, bensì esige un risveglio biologico e relazionale. Il vero imperativo del nostro tempo è reimparare a coltivare l'imprevisto, abbracciare il caos fecondo di un confronto democratico, difendere la spontaneità dell'errore umano, riscoprire la bellezza dei legami fisici non mediati da uno schermo. Smettere di adorare l'idolo assoluto dell'efficienza significa, che si tratti dell’uomo di Ishiguro o di noi tutti noi, riappropriarsi della propria spinta vitale. Solo riaccendendo il calore dell'empatia reale, dello scontro intellettuale genuino e della solidarietà sociale si potrà spezzare l'isolamento delle bolle digitali. È tempo di rivendicare il primato della nostra carne: un urlo biologico che scuota il gelo dell'algoritmo e restituisca all’uomo il diritto, tutto umano, di bruciare di vita vera.