IL CIELO STELLATO SOPRA DI NOI
Sono sempre meno le opere, sempre più rari i libri che non siano semplicemente una giustapposizione di brani o di articoli creati in altra sede e per altre occasioni e poi riuniti alla meglio e siano invece qualcosa che nasca da un’idea organica e che un organismo punti ad essere. Qualcosa di animato da un’idea, da una struttura, da una intenzione. Un’opera appunto. Del resto le opere nascono lentamente e, indipendentemente dal tempo di scrittura, sedimentano a lungo nello spirito dell’autore. Caratteristiche che poco concordano con la cifra delle nostre esistenze individuali: la presentificazione, lo schiacciamento temporale o, per dirla con Hartmut Rosa, l’accelerazione alienata. Tutto muta, tutto cambia, tutto deve cambiare, di nulla resta memoria. Ma senza memoria, come scrive Brancati ne I piaceri, “il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore”, in fondo un eterno presente, un coagulo temporale del tutto inadatto allo sviluppo armonico di un essere umano, adatto soltanto a una esistenza ansiogena, incline all’autosfruttamernto e, volendo ricorrere ad un ossimoro, a una sorta di esaltazione depressa.
Un’opera cerca l’ulteriorità, la permanenza, la possibilità di essere di più della somma delle parti. Per provare a creare un’opera bisognerebbe però possedere un linguaggio, provare il piacere di dire qualcosa nel modo più efficace e piacevole, possedere nel proprio rapporto con il linguaggio una dimensione estetica, ed è invece ben visibile come i miglioramenti dell’intelligenza artificiale nella scrittura siano solo metà della verità, l’altra metà è che sempre più gente scrive come un’intelligenza artificiale. Non è un sorpasso, è, purtroppo, un incontro a metà strada.
Il libro di Aldo Rocco Vitale, uscito per Giappichelli nel 2024, che sconta un titolo Orbite veloci intorno al diritto e un sottotitolo Scorci di universo giuridico osservati da un rationauta che insieme, nella loro macchinosità, sembrano scelti per tenere lontano il lettore, è un’opera o perlomeno qualcosa che aspira ad esserlo. Questa ambizione (già eroica in tempi di proliferazione delle pubblicazioni) rende il libro in prima battuta complicato, intento come è nelle prime pagine a costruire una analogia tra questioni cosmologiche ed astronomiche e questioni giuridiche, tra il funzionamento del cosmo in generale e il funzionamento di quel cosmo specifico che è il diritto, e persino a creare un linguaggio che questa analogia possa esprimere.
Leggendo Orbite veloci intorno al diritto il lettore penserà inizialmente che questa sovrastruttura analogico-astronomica appesantisca il testo ma poi, con l’andare delle pagine, la troverà sempre più naturale fino a vederla non come un esoscheletro ma come un tentativo di esemplificare anche nello stile e nella struttura quel contenuto che man mano va facendosi sempre più chiaro e sentito. Alla fine del libro apparirà ovvio al lettore che, come in principio tra i greci antichi, la mente che riflette sulla legge trovi la presenza, in se stessa, di quella regolarità della natura entro cui ci troviamo a passare l’esistenza.
La sperimentazione strutturale, il rifiuto di limitarsi alla solita raccolta di saggi di rivista cuciti alla meno peggio da un titolo d’occasione per provarsi invece nella pensabilità di qualcosa che provi ad essere un’opera del resto non stupisce chi conosce Vitale, giurista raffinato e filosofo del diritto, perché dai suoi testi traspare sempre un’ammirata e innamorata frequentazione della grande letteratura come riserva di cultura e conoscenza dell’uomo. In particolare la letteratura russa come letteratura di pensiero e percorsa dall’ambizione di raccontare il mondo. Ma i russi anche come pensatori e illustratori del mistico, del religioso, dello spirituale come fatto teoretico e di civiltà.
In Vitale trapela sempre una riflessione sulla religione con uno sguardo che ricorda quel Racconto dell'anticristo di Vladimir Soloviev in cui, a inizio Novecento, si disegnava profeticamente lo scioglimento della fede in una generica filantropia e l'avvento di un anticristo ricco e munifico. I pochi cristiani che resistevano alle lusinghe venivano allontanati dal flusso della storia dalla egemonia del nuovo potere ma, accettando la sconfitta, ritrovavano autenticità e convinzione. Un cristianesimo dunque, quello di Vitale, non occupato a conciliare se stesso con il mondo ma animato dalla parresia.
In questi anni chi ha avvertito e patito la velocità caotica e corrodente della società e della storia ha sperato, finora invano, che vi fosse qualcosa di durevole e di stabile su cui far leva per frenare o perlomeno per orientarsi, una sorta di Katechon laico, e spesso gli sguardi si sono rivolti verso il diritto e i suoi custodi. Qualcosa che ristabilisse, foss’anche post factum, la certezza dei principi. Il libro di Aldo Rocco Vitale in questo senso, manzonianamente, suscita, ci abbatte e ci consola. Ci abbatte la descrizione dell’impermanenza dei riferimenti contemporanei e della mitridatizzazione dei giuristi a questo stato di cose annunciato da Vitale come un doloroso fallimento, come una sconsolata e cruda relazione fallimentare: “l'anima del giurista attualmente disperso tra i rivoli della iper normatività degli ordinamenti statali e la nemica figura del diritto in se stesso considerato la cui autonomia e la cui sostanza sono sempre più erose dalla predominanza del sapere tecnico scientifico, dalla ragion politica o dalla crescente economizzazione dell'intera esistenza” (Vitale, p. 8). Ci consola, insistendo in questa triade, perché ci mostra come questa speranza e questo sguardo verso il diritto sarebbero leciti e sensati e che questo mondo disorientato è ben presente all’autore ma non sembra averlo messo in scacco. Infine suscita e attiva la tenace volontà e convinzione di poter proporre una lettura del mondo umano e del diritto non meramente distruttiva e non rassegnatamente caduca.
In questa disamina, Vitale non evita i loci più pericolosi dell’attuale situazione e definisce scientismo l'attuale concezione maggioritaria della scienza che: “altro non è che l'idea per la quale soltanto la scienza può assurgere ad un unico criterio idoneo e adeguato di spiegazione della realtà, rigettando tutto ciò che scienza non è, religione, morale, arte, letteratura, diritto ecc. - nell'angolo del gusto privato soggettivo” (p. 11). Un passaggio, con Voegelin, da scienza a idolo che, come ogni idolo che si rispetti, pretende obbedienza con la messa al bando di ogni dubbio. Il nesso con la tecnica, a questo punto, è scontato e ne viene segnalata la pervasività nella folle idea “che tale pervasività sia neutrale in quanto non moralmente o giuridicamente problematica” (p. 11).
E il diritto? Non stupirà a questo punto che Vitale metta in guardia da un diritto che pretenda di essere puramente tecnico, tentato da un elitarismo dunque non comprensibile e puramente scientifico in quanto estraneo all'umano. In questa “decontaminazione normativistica” il diritto e con esso il giurista si trova, per ironia, ipercontaminato, “permeabile alle ragioni economiche, politiche, ideologiche, sanitarie” finendo con lo svuotarsi di “ogni significato specificamente umano” (p. 19) e infine trovandosi trasformato in “leguleio”, in un “meccanico applicatore delle norme” (p. 29).
È possibile sia oggi il momento in cui gli spiriti religiosi sopravvissuti a una secolarizzazione ormai tecnocentrica e consumistica più che emancipatoria, trovino nell'identità di credente il luogo esterno al nucleo della società attuale da cui poter leggere e tornare a vedere il mondo (il mondo, insegna Maria Zambrano parlando del suo destierro, lo si può vedere solo se si dà un luogo teoretico che non coincida con esso). Ovviamente questo luogo altro non può essere certo il cattolicesimo triumphans, quello dei giubilei e delle elezioni papali o quello della religione come lobby in grande stile o come cappellania mediatizzata delle tendenze della storia, ma un cattolicesimo che sa di vivere in una società di cui non costituisce più l’evento culturale centrale e la cui direzione va verso un ulteriore allontanamento teorico culturale e comportamentale, un cattolicesimo vincente solo in quanto perdente. Del resto non a caso gli intellettuali che hanno saputo vedere per tempo questo trapasso hanno ottenuto notevole lucidità di sguardo (due nomi, antitetici, su tutti: Del Noce e Pasolini).
La questione non pertiene alla futurologia ma si tratta soltanto di tenere fermo lo sguardo e serbare l'esercizio di una virtù centrale ma spesso trascurata della filosofia: la parresia, che non dovrebbe essere estranea neppure alla tradizione cristiana (sit autem sermo vester est est non non). Orbite veloci intorno al diritto sembra originarsi da questa angolazione di sguardo, realista sulla situazione attuale per appartenenza generazionale (l’autore è del 1983) e per specifico coraggio intellettuale. Non a caso Vitale, nel triennio pandemico, uno dei periodi di massima pressione censoria sulle idee difformi che la democrazia italiana abbia mai conosciuto, ha scritto e pubblicato un ragionato, ricco, approfondito volume, più un trattato che un pamphlet per intenderci, sulla viltà, debolezza e contraddittorietà delle politiche pandemiche. Il volume si chiama All'ombra del COVID-19, ed è uscito nel 2022 per la casa editrice Il cerchio.
Vitale dunque, attrezzato teoricamente e culturalmente, propone in questo volume una sorta di pausa tecnico-operativa per riflettere a bocce ferme sulla complessa situazione odierna, sul rapporto tra ragione, diritto e religione e lo fa senza sconti e senza infingimenti. Parte dalla constatazione della fine del religioso: “tutto il sapere contemporaneo sembra aver rinunciato all'idea della trascendenza divina quale fondamento dell'esistenza e della conoscenza” (p. 10), ma anche dalla constatazione che questa eliminazione che, aggiungiamo, aveva tra le sue ragioni sociali la razionalità e il disincanto (Weber) o l'emancipazione (Marx) non ha portato ai risultati sperati e neppure a una semplice sostituzione seppure mal funzionante.
Capacità teorica, passione e parresia producono pagine di analisi della contemporaneità senza troppe illusioni. Una fenomenologia del diritto che si fa facilmente tassonomia. Interessante in particolare il capitolo su “l’agonia del diritto” e le descrizioni di quelli che l’autore chiama “gius-sentimentalismo” e “gius-emergenzialismo” con una riflessione sul rapporto tra il diritto e l’emergenza, suo contraltare e punto di contraddizione.
Quale sia l’orizzonte di speranza e l’ancoraggio teorico di Vitale è chiaramente espresso: il diritto, scrive “non si può ridurre né alla mera legalità, né alla semplice legittimità, né tantomeno alla transeunte utilità economica o d’altra specie, ma occorre, affinché conservi la propria essenza di espressione e traduzione della relazionalità umana, che si fondi sul riconoscimento della realtà metafisica dell’essere umano nella sua specificazione di persona” (p. 40). Altri passaggi sono dedicati al diritto naturale. Dunque un orizzonte che tenga conto del trascendente e del naturale. Concetti che nella contemporaneità appaiono ormai spaiati. In un’epoca in cui lo stesso richiamo all’esistenza nell’uomo di una sfera biologica non meramente costruita suona ad alcune aree del pensiero una sorta di oppressione fascista quello di Vitale appare un “vasto programma”. Ma già la reintroduzione del concetto di natura e di diritto naturale, se ci concentrassimo su cosa per essa si possa intendere (i diritti animali sono diritti naturali? I diritti umani sono diritti animali?) potrebbe dar vita a un dialogo non inutile. In fondo Aristotele è il padre della metafisica ma anche della biologia.