Aldous

Biblioteca del coraggioso mondo nuovo

DI SALERNO ALETTA INVECE CI FIDAVAMO

Due anni fa, in estate, lessi il libro di Guido Salerno Aletta. Mi aveva colpito il titolo, la perfetta puntuta formula descrittiva della società di questi anni: Non ci fidiamo più. Il sottotitolo suonava, invece, lungo e tetro: Verso un nuovo ineluttabile futuro senza libertà, democrazia, stati. Suonava impressionante il sottotitolo, soprattutto per chi avendo letto Salerno Aletta ne conosceva il garbo e la misura nella scrittura. Non lo avevo acquistato né lo stavo leggendo solo per il titolo ovviamente. Avevo già letto l’autore nei suoi puntuali e dotti articoli economici e lo avevo sentito parlare (persino più efficace che nella scrittura) in alcune interviste o Talk Show sul web, in spazi perlopiù appartenenti a quella galassia dissenziente ancora senza nome che non ritiene  la classe politica europea e americana innocente e non compromessa in tutto quello che è accaduto (a farla breve) negli ultimi cinque anni. Coloro insomma che dell’ultimo quinquennio delle emergenze mediche, economiche, sociali e belliche vedono la dimensione volontaria e politicamente costruita e non quella favolisticamente fortuita o necessitata da “altri” cattivi.

La curiosità di leggerlo mi aveva indotto a violare due principi personali regolativi di piccola etica (etichetta): quello di non comprare su Amazon e quello di non comprare libri pubblicati in self-publishing. Non ci fidiamo più infatti era purtroppo auto-pubblicato (la motivazione mi sfugge per un autore che non avrebbe avuto problemi a procurarsi una casa editrice) e poteva essere acquistato solo su Amazon. Il senso della mia ritrosia per entrambe le cose è il medesimo: non contribuire a questo processo di distruzione di tutte quelle articolazioni che costituiscono la nostra cultura (le librerie fisiche, le case editrici, la categoria di chi nelle case editrici lavora ecc) in nome di una falsa disintermediazione. Il libro ripagò la mia violazione con la qualità delle sue tesi e delle sue analisi ma al contempo mi confermò sull’orrore di queste pratiche. Infatti, a fronte di un contenuto interessante, ipercompetente e convincente, il libro in quanto oggetto editoriale mostrava la mancanza di una cura editoriale decente: una grafica strampalata, pagine saltate, una organizzazione del materiale non priva di salti interni e ripetizioni e un paratesto mutilo (mancava persino l’indicazione dell’anno di pubblicazione che graziosamente Amazon indica nel 2023, giugno).

Finita la lettura scoprii per puro caso che da anni Salerno Aletta passava la lunga estate meridionale in una casetta immersa nel sole e nella natura nello stesso piccolo borgo siciliano dove avevo appena comprato casa. La strana coincidenza e la presenza di amicizie comuni mi fecero pensare che potesse essere il caso di proporgli una ripubblicazione del suo Non ci fidiamo più in una veste degna della qualità del testo. Per svariati motivi (la pigrizia dell’estate sicula?) questo incontro non si riuscì a organizzare per due estati di seguito e qualche mese fa è giunta notizia del suo inaspettato e improvviso decesso. Come doveroso benché tardivo omaggio riorganizzo adesso i miei appunti di lettura in questa recensione che pensavo avrei fatto nell’occasione, ben più lieta, di una ristampa.

Partirei però da una domanda sull’autore prima di analizzare il libro. Cosa faceva di Salerno Aletta un unicum nella categoria degli analisti e commentatori? Certamente il garbo, la cultura, la finezza d’analisi, la libertà (che ha sempre un costo) di prendere posizioni sgradite al potere lo rendevano raro ma c’era anche qualcos’altro. Forse la sorpresa di trovare uno sguardo critico, onesto e radicale sul sistema di potere in chi questo sistema lo aveva frequentato, conosciuto e ad esso aveva messo a disposizione il proprio sapere e la propria intelligenza. Una critica, la sua, che non si era formata solo nel pur fondamentale studio teorico ma portava avanti un discorso sulla stanza dei bottoni dopo averli premuti, i bottoni. I suoi ruoli apicali nella macchina legislativa italiana e nelle grandi imprese straniere rendevano vana la scusa mentale di chi sente critiche all’esistente che suonano giuste e le rimuove accusandole di pura teoria. L’esperienza faceva sì che Salerno Aletta facesse cogliere al lettore e all’ascoltatore i meccanismi concreti economici e legislativi e non una loro mera traduzione in vaghi concetti o in slogan. Come vedesse i politici attuali un uomo così è perfettamente reso da un passaggio del suo libro in cui dice dei politici attuali paragonati a quelli degli anni Settanta e Ottanta che sono ormai isolati dai corpi intermedi della società e chiusi in una bolla comunicativa.        

Non ci fidiamo più parte, nella sua ricostruzione, dal 2001 visto come culmine al contempo dell’unipolarismo e della globalizzazione (è anche l’anno dell’ingresso della Cina nel WTO) e inizio della sua fine. Sempre nel 2001, viene coniato il termine BRIC. A leggere adesso la sua descrizione dell’ormai non breve mondo unipolare con gli Usa come superpotenza egemone colpisce, in un contesto assai cambiato e forse con altre finalità, la somiglianza tra le azioni statunitensi di allora e quelle di oggi pur nella versione parossistica e psichedelica trumpiana. Scrive Salerno Aletta: «l’ordine unipolare, geopolitico e militare, era fondato sull’eccezionalità degli USA, che si consacrano unica superpotenza mondiale, poliziotto e arbitro (…). Una funzione questa che è stata assolta di volta in volta secondo un diverso metro, a seconda della convenienza politica e della fattibilità con un intervento militare diretto nel Kosovo, guidando la Nato senza un mandato dell’Onu: sospingendo all’intervento militare la Francia e l’Inghilterra nel caso della Libia, nonostante un ben più limitato indirizzo del Consiglio di Sicurezza». (Non ci fidiamo più, p. 12). Eppure la Hybris americana, sembra dirci Salerno Aletta, covava già l’uovo del multipolarismo prossimo venturo, dall’autore visto come «un assetto diverso in quanto non presuppone né lo scontro inevitabile, (…) né la costituzione di un blocco monolitico su base ideologica o culturale: esprime piuttosto la comune rivendicazione del diritto alla diversità, per organizzare liberamente la società e i rapporti umani» (p. 13). A fronte e contro di questo si staglia un sistema in cui «andando ben oltre il paradigma del risparmio tradizionale a fini precauzionali, l’intera vita è scandita così da processi finanziari: indebitamento, investimento e rendita» (p. 14).

Oggi vediamo la faticosa fine di quel processo iniziato in quegli anni in cui con ingenuità gli Stati uniti che esternalizzavano la propria industria in Cina si rallegravano «per aver affidato la Old Economy a un Paese (…) erede di una civiltà plurimillenaria ed ansiosa di riscattarsi dal Secolo della umiliazione coloniale» (p. 15).

Salerno Aletta descrive inoltre un’Europa che, pur sotto traccia e timidamente, cerca di acquisire porzioni del potere tecnologico e industriale detenuto dagli USA. Una condotta esemplata dalla costruzione del North Stream 2 portata avanti dai tedeschi «nonostante tutti gli ostacoli frapposti dall’Amministrazione statunitense» (p. 18) e dalla dichiarazione di Macron sulla “morte cerebrale” della Nato. Di tutto ciò il ciclo iniziato con la guerra russo-ucraina rappresenterebbe il riequilibrio. Così inquadrata, l’attuale tracotanza e furia bellicista trumpiana appare non follia ma una versione sincopata del progetto di revanche imperiale basato sul principio, chiosa tra ironia e perfidia Salerno Aletta, che «ogni guerra americana è infatti giusta per definizione» (p. 23)

Una prospettiva, quella di Salerno Aletta, si potrebbe dire continuista e da “secolo lungo”: «il Novecento non è dunque solo un secolo: è un tempo che si prolunga nella sfida portata a chiunque si opponga ad un assetto unipolare» (p. 25), e di conseguenza: «distruggere gli altri Imperi, anche se sono quelli degli alleati, è da sempre la finalità di ogni conflitto mondiale» (p. 26). Da uomo di legge e di economia il nostro autore smaschera l’intento coloniale che si cela dietro la maschera delle alleanze e del linguaggio della diplomazia imperiale: «dal punto di vista monetario occorreva mantenere al Dollaro il ruolo di moneta dominante negli scambi commerciali e finanziari, nonché di riserva di valuta sul piano internazionale, come era stata la sterlina: in questa logica, L’Euro, lo Yen e lo Yuan avrebbero dovuto assumere il ruolo che aveva avuto la Rupia indiana, coniata in argento e mai in oro» (pp. 29-30). E, sempre in un’ottica continuista e ricorsiva, sarebbe utile rileggersi le pagine (31 e 32) sull’utilizzo della guerra del Kippur e della conseguente crisi petrolifera da parte degli Usa per indebolire l’industria europea e accordarsi con le monarchie del golfo per far acquistare debito USA.

Preziose anche le pagine dedicate all’Italia e al rapporto tra Stato e capitalismo italiano. Pagine ben diverse rispetto al mantra del privato bello ed efficiente che risuona nelle nostre lande ormai dagli anni Ottanta. Parlando di riassetto delle reti ferroviarie alla fine dell’Ottocento e delle reti di telecomunicazione un secolo dopo, Salerno Aletta annota: «è il solito fallimento del mercato quando affronta in regime di concorrenza di investimenti i monopoli naturali» (p. 56). Ma più in generale queste pagine si pongono come una rilettura sapiente di alcuni snodi trascurati della storia nazionale e delle sue scelte industriali e monetarie. Come altri commentatori e intellettuali (penso a Preterossi ad esempio) fortemente critici con la classe politica italiana ed europea attuale sedicente di destra e di sinistra, anche Salerno Aletta vede nella vicenda Moro e nei suoi corollari la fine di un’Italia «che si era fatta motore della Storia, per una fine del dopoguerra che non fosse solo lo spostamento ancora più ad est della cortina di ferro» (p. 77) e nella caduta di Craxi un ulteriore avviso ai naviganti a non coltivare sogni italiani di centralità geopolitica.

Ma queste linee generali poco esprimono dell’attenzione e competenza per gli aspetti tecnici, economici, fiscali e legislativi che costituiscono spesso i meccanismi attraverso cui i mutamenti storici si esprimono e che vengono spesso trascurati per l’attrazione che il concetto onnicomprensivo esercita o, più frequentemente, per la difficoltà a dominane le tecnicalità, qui invece comprese nei loro dettagli e nelle loro conseguenze, dall’equo canone all’introduzione del Sistema Sanitario nazionale. Stessa minuta attenzione per la politica estera italiana del periodo berlusconiano-prodiano, per gli equilibri continentali, per le linee di continuità tra i governi e per le loro discontinuità fuori dalla favola semplificatrice delle contrapposizione tra destra e sinistra. Da segnalare, circondati come siamo da ammiratori del modello angloamericano o del socialismo cinese, come  invece Salerno Aletta spenda le parole più positive per il modello economico giapponese e ne veda l’unico limite nel suo “vincolo esterno” di obbedienza agli Usa.

Infine, nell’ultima sezione del libro, breve e in verità meno organica delle precedenti (si nota la provenienza da articoli non sufficientemente amalgamati) ma egualmente preziosa, ci si allontana dal nesso economia e politica per una riflessione sui mutamenti culturali, ideali e sul loro uso politico da parte del neoliberismo, cioè quello di strappare zanne e artigli alla sinistra per come il dopoguerra la aveva forgiata. Del resto il titolo della sezione (Polverizzare il conflitto di classe) dovrebbe mettere sulla giusta strada il lettore. Anche qui Salerno Aletta rifugge dall’estetica dell’evento epocale, mettendo in evidenza invece le linee di continuità di meccanismi decennali e la coerenza delle rivendicazioni sessantottine con la disarticolazione della sinistra dei diritti sociali e con l’individualismo neoliberale (un po’ come aveva fatto il compianto Mario Perniola in alcuni suoi libretti) esteso anche alle fasce deboli. Parlando del rap ad esempio scrive «una nenia di protesta a cui chiunque poteva sostituire parole proprie: il fronte collettivo veniva spezzato così in altrettante infinite storie di dolore individuale» (p. 261) deducendo più avanti: «quando il capitalismo è in crisi, mette continuamente i giovani contro gli anziani: il timore è che altrimenti si crei un fronte sociale comune che lo attacchi e che pretenda un sistema più giusto per tutti» (p. 263) e concludendo con una descrizione della sinistra attuale che in spregio alla propria missione è andata incontro alla «catastrofe esistenziale della sinistra comunista italiana, che aveva già cominciato un po’ alla volta a sostituire la lotta per i diritti sociali, per la scuola, la casa e la salute, con quella per i diritti civili. Da quelli delle donne a quelli dei carcerati, dai minori agli emigranti, fino a gay (…). Una lista questa che si allunga a dismisura polverizzando la società in identità evanescenti, che nulla hanno più a che vedere con il conflitto verticale. Il liberismo trionfa attraverso l’individualismo più sfrenato» (p. 265).

Il libro si chiude, in un crescendo, sulla tecnocrazia medica, il securitarismo sanitario della pandemia (Salerno Aletta aveva capito, e ne scrive nelle ultime pagine a chiare lettere, la natura autoritaria e inquietante degli anni pandemici) ed infine sul desiderio del potere di avere il monopolio non solo della forza ma anche della verità.

Chiudo con un auspicio. Sarebbe bello che qualche casa editrice si occupasse di antologizzare i pezzi migliori della produzione più recente dii Guido Salerno Aletta. Potrebbero essere una bussola preziosa per navigare in questi tempi complicati che ci sono toccati in sorte.