UNIVERSALISMO E GUERRA
«Il pastore ha fatto temere il lupo alla pecora durante tutta la sua vita, ma alla fine è il pastore a mangiarsela» (Proverbio georgiano)
L’Europa ha nel mondo una sua specificità che affonda nelle antiche culture mediterranee, caratterizzate dall’identità dello spazio - il Mediterraneo appunto - e dalla differenza sia nei modi di viverlo sia nelle relazioni con la maggiore potenza soltanto in parte mediterranea, l’Impero persiano.
Le radici dell’Europa sono pertanto politeistiche e pagane; l’elemento ebraico-cristiano si è diffuso molto tardi rispetto a tali strutture, anche se è poi diventato dominante. La storia politica, sociale, culturale di questo spazio marittimo e continentale è stata molto variegata e assai complessa e si può ormai constatare che essa sembra arrivata alla sua fine. Il suicidio, insieme traumatico e lento, iniziato con la guerra civile europea (1914-1945) si va compiendo in forme sempre tragiche nella sostanza ma farsesche nell’espressione. Nel XXI secolo, e in particolare negli anni Dieci e Venti, l’Europa è infatti governata da oligarchie senza cultura, senza libertà, senza dignità, è governata da dei veri e propri «ectoplasmi o sonnambuli convertiti al bellicismo» (Alain de Benoist, in Diorama Letterario, n. 389, gennaio-febbraio 2026, p. 9).
Ectoplasmi il cui bellicismo costituisce appunto uno degli esiti conclusivi del lento suicidio europeo, testimoniato anche e specialmente dal fatto che pur essendo indebitata e pur privando sempre più i suoi cittadini dei servizi essenziali per vivere, l’Europa ha erogato sinora più di 200 miliardi di aiuti all’Ucraina, un aiuto che serve soltanto a proseguire il massacro, a continuare un conflitto che è allo stesso tempo una guerra di secessione delle regioni russofone da un’entità statale artificiale (creata da Lenin, prima non esisteva come Stato) quale è l’Ucraina; una guerra di autodifesa della Federazione Russa dall’espansione della NATO ai suoi confini; una guerra civile tra popoli slavi accomunati da una storia secolare; una guerra per procura degli Stati Uniti d’America contro la Russia, percepita come il secondo più pericoloso concorrente nel dominio globale, il primo essendo la Cina.
Il politologo Alessandro Colombo sostiene giustamente (in Il suicidio della pace, Raffaello Cortina 2025) che una delle espressioni dell’infimo livello dei decisori politici dell’Europa occidentale consiste nel non rendersi conto (o nel rifiuto patologico) del tramonto della «cosmopoli liberale fondata su democrazia formale, apertura indefinita dei mercati ed egemonia assoluta dell’Occidente a netta trazione statunitense» (Roberto Zavaglia, in Diorama Letterario, cit., p. 33).
E tuttavia, come sempre nei fenomeni politici e sociali, ‘c’è del metodo’ in tanta follia. È il metodo sperimentato con successo in occasione dell’epidemia Covid19: suscitare e rendere pervasiva la paura.
Se infatti i popoli e gli individui precipitano nel timore di un pericolo imminente e grave, sono poi pronti ad accettare qualunque ordine venga loro imposto. Con il terrore l’inaccettabile diventa indispensabile.
Dopo quel riuscito esperimento era dunque necessario che si profilasse all’orizzonte un nuovo pericolo. Nuovo ma tradizionale: la russofobia, il pregiudizio contro un popolo e una nazione che sono sì europei ma sono anche asiatici, che condividono lingue, arte, religione, letteratura, architettura e filosofie dell’Europa occidentale ma declinandole da sempre in modo originale. Un’entità dunque abbastanza vicina e sufficientemente diversa da suscitare un plausibile timore. E però la cecità dei gruppi oligarchici europei dimentica che ogni volta che la parte occidentale del nostro continente ha attaccato la Russia ne è uscita distrutta. I casi più recenti sono la Francia napoleonica e la Germania nazionalsocialista. È proprio inevitabile un terzo caso che sarebbe probabilmente il più rovinoso, visto che la Russia è nel frattempo diventata una potenza nucleare?
Il pericolo reale consiste dunque nel fatto che l’occidente anglosassone ha divorato l’Europa. I decisori politici francesi, italiani, tedeschi e di altri Paesi credono di essere ancora i padroni e invece sono stati declassati al ruolo di servi degli USA, del Regno Unito e di Israele, i quali costituiscono il vero rischio per l’intero pianeta.
L’occidente anglosassone è infatti tuttora permeato di fortissimi elementi colonialisti, razzisti, bellicisti. Il globalismo finanziario è soltanto l’espressione contemporanea dell’unilateralismo politico e dell’universalismo etico/religioso che fece di interi continenti un magazzino di materie prime e di schiavi al quale attingere per la propria gloria. Chantal Delsol sostiene correttamente che l’universalismo occidentale «è la causa principale della sua volontà di convertire il resto del mondo, un tempo alla sua religione, poi ai suoi interessi politici (colonialismo), oggi al suo modello economico e sociale o ai suoi principii morali (diritti dell’uomo). […] L’universalismo assimilatore non è altro che la proiezione e la maschera di un etnocentrismo allargato alle dimensioni dell’intero pianeta e l’uniformità tende irresistibilmente a svalutare le differenze» (Eduardo Zarelli, in Diorama Letterario, cit., p. 21). Ancora una volta il dispositivo concettuale dell’identità e della differenza si mostra fecondo anche per comprendere le vicende storiche e non soltanto i problemi logici o le questioni metafisiche.
La pretesa universalista dell’occidente anglosassone sta mostrando oggi il suo vero volto, che è un volto di sterminio. Gaza e la Palestina, il popolo palestinese che viene cancellato dalla faccia della Terra (della sua terra), rappresentano la prova definitiva della reale sostanza dell’universalismo che odia la differenza. Dopo Gaza - il più grande genocidio e crimine della storia contemporanea - ogni tesi giuridica dell’occidente anglosassone e ogni sua pretesa di primato morale appaiono semplicemente tragici e grotteschi. Il capitalismo senza suolo, la finanza senza terra, toglie il suolo e la terra a un popolo che li abitava da secoli, con l’esplicito intento di trasformare quel suolo e quella terra in centri commerciali e in catene alberghiere di lusso nelle quali gli occidentali possano trascorrere le loro vacanze e le loro dorate vecchiaie.
Tutto questo non è il folclore di un presidente USA, tutto questo è la dissoluzione che sempre il dominio della crematistica (come Aristotele chiamava la finanza) porta con sé.