EUROSUICIDIO
Eurosuicidio. Il titolo del breve ma esaustivo testo di Gabriele Guzzi ha il merito di sintetizzare con una formula efficace l’intero percorso storico di integrazione italiana nell’Unione Europea degli ultimi quarant’anni. Un percorso che, lungi dal realizzare le promesse di prosperità, pace, modernizzazione, ha condotto l’Italia e le nazioni periferiche verso un declino strutturale e apparentemente irreversibile.Negli anni del Miracolo Economico, la felice combinazione di iniziativa privata e intervento regolatore dello Stato ha prodotto nel nostro Paese «una delle economie più dinamiche e innovative del mondo» (G. Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi Editore, Roma 2025, p. 11), al punto da farci superare, per un periodo, potenze come Germania e Francia. Ciò che invece ha fatto seguito a questo trentennio, con l’adesione al processo di integrazione europea è di tutt’altro tenore. Ne è seguito il “Trentennio Maledetto”, con le parole di Guzzi. Oggi cioè viviamo una «zombizzazione» (12) della società italiana: siamo un Paese non-morto. E non potrebbe essere altrimenti per una società capitalista (che fa della crescita il più importante indicatore della sua salute) che non cresce da oltre trent’anni. «Se dal 1950 al 1991, anno precedente la firma del trattato di Maastricht, il PIL pro capite italiano è cresciuto di oltre il 420 per cento, dal 1999 […] la crescita si ferma complessivamente al 5 per cento. Dall’avvento dell’euro, la nostra economia ha vissuto un rallentamento quasi senza precedenti» (21).
Come si è arrivati a una condizione storico-politica così drammatica? L’origine di questa architettura politica artificiale risale agli inizi degli anni Ottanta, con il divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro. Quella che all’epoca venne presentata come una necessaria riforma tecnica per combattere l’inflazione e preparare l’Italia all’integrazione monetaria europea fu in realtà l’atto di nascita della nuova forma del potere, non più ispirata ai dettami della nostra Costituzione, bensì alle regole del neoliberismo. La decisione di separare l’autorità monetaria dal controllo politico — rendendo la banca centrale “indipendente” — ha prodotto l’effetto devastante di far esplodere i tassi d’interesse sui titoli di Stato. Come dimostra Guzzi, «non sono stati la spesa sociale e gli investimenti pubblici ad aver causato innanzitutto l’aumento del debito pubblico, ma la politica degli alti tassi d’interesse resasi indispensabile a causa del vincolo monetario» (121). Da quel momento, «le tasse non servivano più tanto allo sviluppo economico interno quanto a pagare gli interessi sul debito» (Ibidem).
Ciò che il “divorzio”, quindi, realizza è la subordinazione definitiva del vincolo interno (il benessere dei cittadini, i salari, i servizi pubblici) al vincolo esterno (i parametri finanziari, la fiducia dei mercati, la disciplina monetaria). Quello che fu apparentemente un fatto tecnico riservato a banchieri e funzionari, si rivelò l’inizio di una lunga serie di colpi di stato volti a imporre un nuovo ordinamento costituzionale.
Il trattato di Maastricht del ’92 segnò di fatto l’ingresso definitivo dell’Italia in una nuova fase politica ed economica: non più fondata sul welfare, l’intervento pubblico nell’economia, il compromesso capitale-lavoro, bensì sulle privatizzazioni, la tutela degli investitori, la stabilità della moneta e l’austerità, che ha spostato enorme ricchezza dalle tasse dei cittadini ai patrimoni dei più ricchi.
Le ragioni di questo spostamento di sovranità sono quindi eminentemente politiche, non tecniche. L’ingresso dell’Italia nell’architettura dell’UE ha assunto le forme di un regolamento dei conti, quasi a voler correggere ciò che è stato per certi versi un fenomeno eccezionale e inaspettato: la crescita dell’Italia a potenza industriale ed economica di primo livello, nonostante il ruolo per essa stabilito dopo la Seconda guerra mondiale. Finché infatti l’Italia possedeva la leva monetaria, poteva rispondere alla concorrenza francese e (principalmente) tedesca attraverso la cosiddetta svalutazione della lira. Cioè a dire rendeva più competitivo il prezzo delle proprie merci all’estero, senza comprimere il costo del lavoro e colpire i salari. Adesso invece le ricette economiche europeiste impongono una svalutazione interna, cioè una riduzione del welfare e dei salari. Impongono in tal modo la morte economica del nostro Paese, deprimendo il mercato interno e impoverendo il tessuto sociale italiano.
Dal punto di vista domestico, l’integrazione europea ha consentito il consolidamento del potere della borghesia italiana, al punto che questa ha accettato una riduzione del proprio potere internazionale pur di bloccare (e riportare indietro) le conquiste del movimento operaio, che fino agli anni Settanta mostrava grande forza organizzativa e conflittuale. Il «“patto scellerato”» messo in atto dalla nostra borghesia fu il seguente: «Una riduzione del tasso di crescita del reddito in cambio di un maggiore potere su di esso. Si scelse, al contrario di quanto diceva Enrico Mattei, di diventare più ricchi in un paese sempre più povero» (144).
Ecco, dunque, l’esito suicidario dell’integrazione italiana nell’Unione Europea. Abbiamo rinunciato a ciò che rendeva il nostro sistema economico efficace, e nel farlo abbiamo applicato le politiche neoliberiste e di finanziarizzazione che hanno prodotto ovunque gli stessi effetti: concentrazione della ricchezza e del potere in poche mani, impoverimento dei lavoratori, disoccupazione come strumento disciplinare, desertificazione economica e produttiva. Applicare questo programma a un Paese come l’Italia, legato a una Costituzione socialmente avanzata, richiedeva però un percorso troppo lento e troppo difficile da perseguire attraverso gli strumenti democratici tradizionali. Si decise dunque di ricorrere al ricatto permanente del debito.
In questo modo, attraverso la minaccia inappellabile di un intervento (mascherato come “tecnico”) della BCE, i politici nazionali poterono deresponsabilizzarsi dall’applicazione di misure anti-popolari che non avrebbero mai potuto far accettare all’opinione pubblica italiana. Per questo «l’Unione Europea è il nome e il cognome che il neoliberismo ha adottato in Europa» (137).
Non si dovrebbe parlare più quindi di un ordinamento democratico costituzionale, ma di un tecno-fascismo creato per colpire definitivamente le conquiste del movimento dei lavoratori fino agli anni Settanta. Dal punto di vista della democraticità dell’ordinamento politico e del livello delle disuguaglianze nel nostro Paese, questo balzo indietro ci ha riportati ai livelli precedenti alla Seconda guerra mondiale. La definizione dell’UE come un “tecno-fascismo” non è quindi un eccesso retorico, ma la descrizione di un sistema che, sotto la maschera della neutralità tecnica, esercita un potere politico assoluto senza alcuna legittimazione democratica, impone austerità e deindustrializzazione ai paesi periferici a vantaggio delle economie centrali (in primis la Germania), e trasforma i parlamenti nazionali in «passacarte di decisioni prese altrove che, se non rispettate, porterebbero ad attacchi speculativi» (65-66).
Ciò che maggiormente stupisce è, di fronte a questo scenario, l’assoluta convinzione che una larga parte della popolazione nutre sulle sorti salvifiche dell’Unione Europea. Quasi a sostituire lo spazio vuoto lasciato dalla fede nelle grandi convinzioni novecentesche, sottolinea acutamente Guzzi, l’Euro e l’UE rappresentano una metafisica, un ordine sovrasensibile che va aldilà di qualsiasi discussione storica e politica. Tutto si può discutere nel dibattito pubblico, ma non della nostra adesione al progetto europeista. Un ulteriore tentativo, sin qui riuscito, di rendere i rapporti politici fra le classi un dato di natura.
Contro questa naturalizzazione, Guzzi ri-politicizza il problema e mostra come il declino italiano non sia un incidente di percorso ma il prodotto di precise scelte politiche — scelte che hanno trovato nell’architettura istituzionale europea il loro strumento di realizzazione. La conclusione non può che essere questa: l’atto più europeista che possiamo immaginare – quello che scaturisca da un sincero amore per il nostro Continente, per ciò che rappresenta e per ciò che potrebbe diventare – non può che essere la rottura con questo esperimento tecnocratico dell’Unione Europea per ripartire da fondamenta nuove.