Aldous

Biblioteca del coraggioso mondo nuovo

VITE CHE SONO LA SUA

Per scrivere un’autobiografia non è necessario aver avuto una vita interessante, bisogna essere interessanti.
Ne è la prova Ėduard Limonov, scrittore russo – poeta – guerrigliero – politico -attivista militante che, nonostante un’esistenza rocambolesca, non riesce a rendere interessanti le sue opere autobiografiche. Almeno non quanto riesce nell’intento Emmanuel Carrère con la biografia romanzata che scrive su di lui (Limonov, Adelphi 2014). E quindi con fiducia che ci immergiamo nella vischiosa intimità dell’interessante Carrère con YOGA, (Adelphi, 2020).
Yoga è il diario di bordo di una spedizione. Il capitano comincia con l’osservazione delle cose più comuni del viaggio, l’andamento ordinario e le scoperte prevedibili e piacevoli. Incontriamo il protagonista mentre partecipa a un seminario di meditazione Vipassana, perfezionandosi nell’imparare ancora qualcosa su di sè, prende appunti per il progetto di un “libretto arguto e accattivante” che vuole scrivere sullo Yoga. Svolge una vita monastica, si sveglia all’alba e medita per ore e ore nella posizione del loto concentrandosi nell’accurata analisi dell’aria che passa dalle narici (fresca) in ispirazione, e (più calda) in espirazione.
Qui avviene il primo punto di rottura: la nave è travolta da una tempesta furiosa, parti di essa cedono, si spezzano, il capitano è sopraffatto dall’irruenza delle acque che aveva l’illusione di poter controllare fino a qualche attimo prima. La ricerca dello stato di meraviglia dello Yoga si scontra, o meglio dire, procede con la violenta incursione della realtà. La realtà stessa, questa dimensione da prendere a martellate, scomporre al fine di mandare in cortocircuito la mente e trovare la via del nirvana, reclama attenzione. Carrère deve scendere dalla montagna della non partecipazione all’umana materia del quotidiano, lascia il seminario per tornare a Parigi dove, nell’attentato terroristico a Charlie Hebdo, muore un suo amico.
Ma l’acqua continua a trapelare dalle crepe, e questa volta non irrompe dal fuori, ma forza da dentro.
Il protagonista che fino a qualche tempo prima si diceva felice concedendosi di perseguire l’evasione dal tutto, affondando sempre più il pensiero in se stesso e creando lì dighe e universi luminosi dove perdersi in un antro sicuro e appagante («Ma tutti possono fare yoga? Tutti hanno una via d’accesso all’unità, alla luce, a quella zona segreta e irradiante dentro di sé?»), velocemente vede la sua personale zona irradiante disintegrarsi sotto un acuto dolore mentale.
Il libretto “arguto e accattivante” sullo Yoga, gli abbracci agli alberi, la contemplazione della natura e del proprio io, lasciano il passo ai pensieri suicidari. La sovra eccitazione maniacale diventa crollo depressivo. Dalle figure armoniose del Tai Chi e l’analisi dell’aria nelle narici si passa alle flebo di ketamina e le richieste di eutanasia.
Si succedono le sedute di elettroshock, per scuoterlo da quello che è diagnosticato come disturbo bipolare di tipo II, e in breve tempo, i boschi e la natura lenitiva sono sostituiti dalle pareti dell’unità protetta nell’ospedale psichiatrico di Parigi.

«è fondamentale, nelle tenebre, ricordarsi di avere vissuto anche nella luce e che la luce non è meno vera delle tenebre»

Yoga di Carrère rappresenta, tramite l’esperienza di un uomo occidentale, la filosofia orientale.
Ci fa intravvedere lo yin e lo yang, l’antitesi e gli opposti che sono l’insieme, descrivendo la materia e l’inafferrabile, la respirazione meditativa e lo smascellare nevrotico. Questo diario di bordo tra ritmi noiosi e stati ansiogeni, tra la volontà di espansione e quella di chiusura, tra la serenità e l’uragano, l’osservazione meticolosa e l’amnesia, ci accompagna nella dottrina dello yoga, non risparmiandosi di metterla in discussione, anche rigettandola.

«Guardando questi ragazzi con le cuffie peruviane che abbracciano gli alberi, mi chiedo anche: come mai gli accenti di verità, il peso dell’esperienza e perfino il godimento estetico sono con tanta evidenza dalla parte di Orwell non da quella di Ram Dass né di nessuna dell’autoproclamatesi guide spirituali che recitano i loro sempiterni discorsi sull’espansione della coscienza, sul potere del qui e ora, e sulla pace interiore? Perché i loro pensieri mancano a tal punto di gravitas? Perché nessuno di loro supera la prova della bellezza?».

Nel finale del libro vediamo il capitano riprendere il controllo della nave, e nonostante si abbia l’impressione che un’ombra ne segua il percorso, l’orizzonte è rasserenato. Il problema sono i punti di rottura, ci chiediamo: quanto potrà reggere ancora questo stato di serenità? L’autore tenta il tutto per tutto per assicurare al suo libretto arguto e accattivante (e in fine tragico) un happy ending, ma non è convincente. L’ombra che segue la nave è l’idea che la via per l’illuminazione, la stanza interiore dove godere del proprio personalissimo nirvana, l’universo pacifico e contemplativo, siano solo la ben conosciuta paura della vita come insieme di accadimenti travolgenti e crudi, e che la stessa estensione interiore scavata a forza di meditazione e trascendenza dal materiale, in uno scontro con la dimensione del reale (una sparatoria , una malattia, la mancanza di felicità ) possa rivelarsi solo una fuga, una bella favola.