Aldous

Totalitarismo compassionevole

MARX E LA SINISTRA WOKE

L’opera di Marx non è chiusa, non è compiuta, non è dogmatica ma rimane un cantiere sempre aperto. A essere chiuso e dogmatico è invece molto marxismo, in particolare quello pervaso dalla dimensione e dal sogno messianici che pure in Marx ci sono ma che rimangono laterali rispetto al suo nucleo politico e teoretico, che abita in gran parte in una teoria dell’alienazione collettiva e della valorizzazione del capitale, nel preciso senso che l’agire delle collettività umane nel modo di produzione capitalistico è sempre ricondotto e ridotto alla creazione di valore economico, il quale scaturisce dalla trasformazione del lavoro organico dei corpi in un lavoro macchinico.

La macchina del capitale non produce (non ha mai prodotto) soltanto oggetti, strumenti, cose. Essa produce simboli mutandoli subito in merce. Lo spettacolo contemporaneo è espressione di tale alienazione, la quale trasforma ogni evento collettivo - qualunque sia la sua natura e struttura - in una immagine volta a neutralizzarne i significati, la tragicità, l’eventuale tensione all’emancipazione.

Di tale alienazione oggi, nel XXI secolo, il luogo privilegiato è ciò che viene definito dai media e nel gergo politico/parlamentare come ‘la Sinistra’, vale a dire uno dei più potenti strumenti con i quali il capitalismo vincitore della lotta di classe illude gli sconfitti che sia ancora in atto una qualche lotta.

Una sinistra woke che ha sostituito il desiderio della rivoluzione con la rivoluzione del desiderio (formula, tra gli altri, di Alain de Benoist); una sinistra che presenta desideri legittimi ma del tutto individuali e afferenti ai gusti sessuali come se fossero diritti di natura; una sinistra che dopo la caduta del Muro di Berlino ha fatto degli Stati Uniti d’America il proprio faro sino a farne il proprio padrone.

Questa sinistra svolge egregiamente tale funzione mediante soprattutto tre strumenti.

Il primo è un’economia dello sradicamento che accoglie masse di migranti in Europa al duplice scopo di cancellare i diritti della classe lavoratrice - o di ciò che ne rimane - a favore di un enorme esercito industriale di riserva e di estirpare in questo modo intere popolazioni dal loro luogo di origine e identità.

Il secondo è una antropologia volontaristico/moralistica che sostituisce il concetto di sfruttamento con quello di esclusione e il concetto di giustizia con la trasformazione di desideri individuali ed erotici in diritti dell’uomo, nascondendo e cancellando i diritti collettivi al lavoro, alla salute, alla sicurezza economica.

Il terzo è una sociologia dell’ignoranza che regala diplomi e lauree a tutti coloro che ne fanno richiesta iscrivendosi a un corso di studi, per poi macellare diplomati e laureati nel piano inclinato dello sfruttamento sociale.

Uno dei fondamenti di tali forme di alienazione è la cancellazione di una ontologia realistica e sostanziale a favore di una ontologia flussica che trasforma la densità dei corpi e dei loro bisogni in immagini, in ologrammi, in fantasmi.

Marx ha riconosciuto l’esistenza di una natura umana, plasmabile sì ma sempre dentro limiti biologici assai netti, la quale rappresenta una garanzia della persona e della struttura sempre complessa nella quale essa nasce e vive, rispetto allo sradicamento individualistico proprio del liberalismo politico e del liberismo economico.

È sempre l’esistenza e la persistenza di una natura umana dentro l’intero materico a far sì che nel Marx più critico, come in Nietzsche, non si dia alcun finalismo e quindi nessuna illusione di ‘migliorare’ la specie umana ma si dia invece l’intenzione di trasformare le strutture del dominio per condurle verso una generale emancipazione.

Anche per questo l’opera di Marx - diversamente dai marxismi e soprattutto da ciò che nel 2026 si intende con la parola ‘sinistra’ - rimane feconda e lo sarà sin quando esisterà la forma capitale, della quale Marx è stato capace di cogliere sostanza, sottigliezze, dinamiche, molteplicità.