NATURA UMANA
Quando anche il nome di Noam Chomsky è apparso nel novero di personaggi collegati a vario titolo alla raccapricciante figura di Epstein, la notizia ha suscitato non poche perplessità con reazioni oscillanti tra l'indignazione e l'indulgenza, il credito di ingenuità e il discredito a tutto campo, fino alla motivazione del possibile cedimento allo sterco del diavolo. Si comprende il contraccolpo emotivo di fronte ad uno strabismo che altera la figura simbolica di Chomsky agli occhi del pensiero progressista e dell'attivismo politico. Ma non solo. La fama di massmediologo, acuto nel rivelare i meccanismi del potere e l'uso spregiudicato della propaganda, non è da meno di quella di eminente linguista che ha incardinato l'impegno civile tenendo insieme la ricerca scientifica, l'antropologia e il pensiero politico.
Così il fatto di cronaca fa tornare in mente il dibattito che ebbe luogo nel 1971 tra Chomsky e Michel Foucault a proposito della natura umana, sullo sfondo delle possibili interazioni tra la dimensione biologica e la prospettiva storicistica, rimaste alla fine del confronto inconciliabili. Il fatto è che davanti alla ferocia degli accadimenti di questo tempo, sopportabili solo annebbiando la mente (quante volte e per quanto tempo dipende dalla soglia individuale del dolore) capita di farsi domande sulla natura umana, magari paragonandola con quella lupina, ma a torto giacché i lupi non sono capaci dell'abisso di crudeltà che appartiene allo spettro dei comportamenti umani.
Durante il confronto con Foucault, dunque, Chomsky argomenta la teoria della connessione tra il linguaggio umano e la possibilità di realizzare la giustizia sociale attraverso pratiche di disobbedienza civile. Questa prospettiva, forse plausibile in un periodo più speranzoso per la politica militante, costituisce il fondamento della visione politica di Chomsky, rimasta finora pressoché inalterata o comunque non smentita. Una sintesi del suo pensiero si trova anche in un saggio uscito in Italia nel 2017 con il titolo Tre lezioni sull'uomo (titolo originario What Kind of Creatures Are We?) dove nel primo capitolo il Nostro afferma che determinare con chiarezza che cos'è il linguaggio non è una questione di esclusiva pertinenza della ricerca scientifica. È infatti ipotizzabile che la risposta a questo tipo di indagine fondi il concetto stesso di natura umana e ne dischiuda la comprensione anche ai fini dell'azione politica.
Ogni essere umano - sostiene Chomsky - è dotato di una facoltà di linguaggio, univoca e biologicamente innata, sottostante alle molteplici lingue storiche e parlate. Esse rappresentano l'articolazione lessicale che attiene all'espressività umana, secondaria ai fini dello studio della struttura profonda della lingua e delle sue prerogative. Chomsky equipara il funzionamento del linguaggio a quello di un qualunque altro organo del corpo umano, nel caso specifico una sottocomponente del cervello, dove ha sede la competenza linguistica universale in forma di sintassi. Su questo substrato biologico, che Chomsky chiama Grammatica Universale, si sviluppa la capacità creativa, presente in misura minima in ogni individuo della specie, dando origine alle infinite possibilità generative del pensiero: "il linguaggio è tipicamente innovativo e sprovvisto di limiti, si adatta alle circostanze ma esse non ne sono la causa - distinzione cruciale - e può suscitare pensieri negli altri, i quali a loro volta riconoscono che avrebbero potuto esprimerli essi stessi" (p. 15). Tale convincimento proverebbe per Chomsky che la funzione primaria della lingua non risiede tanto e non solo nel comunicare (come del resto fanno anche tutti gli animali non umani) quanto nel generare concetti e nel dare espressione a idee nuove. La creatività diventa così il presupposto cognitivo della libertà umana concepita su basi scientifiche come istinto innato.
Da qui, Chomsky traccia un nesso ideale con la sua visione politica dove prevalgono elementi del pensiero liberale classico e alcuni tratti della composita compagine teorica dell'anarco-sindacalismo. Nella lunga corrente liberale, Chomsky risale alla tradizione del sentimentalismo morale settecentesco e alla concezione della natura umana non del tutto sovrapponibile al homo economicus, capace anzi, per suo stesso statuto ontologico, di nutrire sentimenti che attenuano il desiderio di autoaffermazione e l'eccesso di egoismo. Benevolenza, generosità, compassione e affetti di pari inclinazione (originari della natura umana, secondo Adam Smith) renderebbero gli esseri umani in grado di formulare giudizi morali su ciò che è buono e giusto, contribuendo allo sviluppo e al benessere della società umana. Un pensiero, questo, ben aderente alle trasformazioni emancipative dell'illuminismo storico, fiducioso nel processo di affrancamento dell'uomo nuovo dalla tutela della chiesa e dal giogo della servitù feudale ormai in declino, ma meno convincente nella versione estesa alla contemporaneità. Chomsky, che qualcuno ha definito, appunto, l'ultimo degli illuministi, in realtà non ignora l'assottigliarsi della potenza di quelle idee di progresso ma ciò non gli impedisce di tenere ferma una sorta di parallelismo tra la grammatica universale della lingua e la grammatica universale dei sentimenti che persistono, a suo dire, nonostante che l'umanesimo insito nel liberalismo classico sia naufragato nelle secche del capitalismo (p. 87). La sua eredità, anziché disperdersi, è stata raccolta dalla tradizione anarchica che "si iscrive nella più vasta corrente del pensiero e dell'azione del socialismo libertario (...) Questa vasta tendenza cerca di identificare le strutture della gerarchia, dell'autorità e del dominio che limitano lo sviluppo umano, per sottoporle poi a una sfida assai ragionevole: giustificate la vostra esistenza; dimostrate di essere legittime (...) E se tali strutture non sono in grado di raccogliere la sfida, devono essere smantellate." (pp. 88-89).
Probabilmente la fama di Chomsky comunicatore e attivista supera di gran lunga la pregnanza del suo pensiero politico il cui ottimismo che da sempre lo percorre, oggi più che mai, desta perplessità. Tra i fattori di merito va riconosciuto a Chomsky lo "spirito di servizio" con il quale nell'ampia pubblicistica mette a disposizione una formidabile mole di informazioni sui retroscena di accadimenti internazionali di cui gli Stati Uniti d'America sono stati - e sono - architetti, finanziatori e, a seconda delle circostanze, esecutori diretti o soci più o meno occulti. A ciò si aggiunge la lucidità con la quale Chomsky descrive i più sofisticati meccanismi di propaganda e di creazione del consenso, non risparmiando critiche ai media e alla classe degli intellettuali, compresi i sedicenti non schierati, responsabili di tacitare o trasfigurare intenzionalmente le informazioni sgradite ai gruppi dominanti. Analogamente non sfugge all'osservazione di Chomsky la crescente passività dell'opinione pubblica e la frammentazione della militanza, non organizzata stabilmente, nelle pur condivisibili battaglie che egli stesso incoraggia. Altro ancora si potrebbe menzionare del lungo elenco di argomenti scottanti, trasversali alle amministrazioni USA, come la deriva del sistema educativo pubblico e la politica dei tagli alla sanità che hanno infiacchito nella società americana la solidarietà nei ceti svantaggiati e il senso di dignitosa appartenenza ad una collettività più ampia.
Ma a fronte di premesse così dirompenti, nella visione politica di Chomsky aleggia un velo di ambiguità nel modo in cui cerca di rispondere all'eterna domanda di ogni istanza di cambiamento: che fare? come tradurre le idee in azioni concrete? La sua risposta non convince in parte per il carattere pragmatico di ciò che egli intende per lotta e disobbedienza: il rapporto con il potere non sempre assume carattere di opposizione, alternando fasi di conflitto a momenti di alleanza tattica, qualora ciò serva a garantire migliori condizioni sociali, lavorative o comunque ad avvicinare obiettivi di grande portata. L'ottimo è nemico del buono, ovvero è preferibile "ampliare il pavimento della gabbia" (p. 93) anziché continuare a vedere calpestati i diritti umani fondamentali. Per altro verso, se è vero che il linguaggio crea la condizione, almeno teorica, di produrre idee nuove e quindi di trasformare la realtà ciò non determina a priori il risultato nei termini sperati da Chomsky. La contraddizione viene apparentemente risolta affermando che tutte le forze sociali lottano per il bene comune - e non per il potere come sosteneva Foucault - sebbene ciascuna lo faccia dalla propria prospettiva, in conflitto con le altre.
Tra i due versanti del tatticismo e dell'idealità, Chomsky si ferma nel punto mediano del miglioramento, puntando al riequilibrio delle disuguaglianze e al contenimento delle storture di un sistema (quello statunitense, giacché sugli altri non vuole pronunciarsi) dove tuttavia la contestazione è ammessa e che per questa ragione egli non considera il peggiore dei mondi. L'avversione per ogni forma di autoritarismo ideologico, che sulle orme di Bakunin egli esemplifica non casualmente con la "burocrazia rossa" e con le "visioni di sogni democratici irrealizzati" (p. 94), porta Chomsky a inscrivere il suo impegno politico nella cornice altrettanto ideologica di una società plutocratica a democrazia limitata. A questo proposito, fra gli esempi più recenti si trova l'adesione alla narrativa ufficiale della guerra russo-ucraina, riconoscendo al Pentagono il ruolo di peacekeeping per essersi opposto alla no-flyzone richiesta dal governo (intervista a Current Affairs, marzo 2022). Interessante anche un certo apprezzamento per le politiche sanitarie di alcuni paesi asiatici durante la pandemia, severe ma efficaci, a suo dire, per aver accelerato il ritorno alla normalità (!). La contestazione del modello capitalistico che ha reso famoso Chomsky si riduce ad una legittima istanza redistributiva che tocca però gli effetti e non le leve strutturali dei rapporti economici: il profitto va riorientato verso la spesa pubblica e a favore dei ceti non abbienti ma come viene ottenuto non rientra nel suo campo di osservazione.
Il profilo politico di Chomsky, perciò, appare compatibile con il sistema che vorrebbe cambiare. Il concetto di natura umana, posto come invariante metastorica alla base del discorso politico, porta in sé il tratto etico religioso, tipico del made in USA, la cui radice salvifica veterotestamentaria accomuna il messianismo ebraico e il puritanesimo protestante nella convinzione di rispondere con l'agire personale a un disegno divino per l'intera umanità. Questa cultura fondamentalista, che ha colonizzato l'Occidente, attraversa come linfa vitale larga parte della società americana, dal fideismo dei più semplici credenti alle paranoie dei tecno-predicatori, dalle genuine proteste popolari alla vocazione bellicista del congresso americano. Nella prospettiva di Chomsky, prevalgono le attitudini positive della fiducia e della speranza che nel vuoto di solidi progetti politici alleviano come un balsamo la frustrazione della moltitudine di persone comuni, alimentando tuttavia le illusioni più che le concrete prospettive di cambiamento.
Il potere non teme più le mobilitazioni collettive di protesta, tipiche degli anni Sessanta e Settanta del Novecento che, anzi, sono utili per soppesare il grado di coinvolgimento dell'opinione pubblica su tematiche specifiche e calibrare di conseguenza la comunicazione mainstream. Ciò che oggi interessa davvero al potere è la vita stessa degli esseri umani, poterla manipolare e controllare in tutti suoi aspetti - fisico, emotivo e cognitivo. L'ottimismo della volontà e della ragione non sembra la forma adeguata di protesta nel modo concepito da Chomsky, ammesso e non concesso che in futuro sia ancora possibile parlare di natura umana. Un sano pessimismo e una costruttiva diffidenza sono forse un equipaggiamento migliore.