GLI ANALFABETI DELL'EGEMONIA CULTURALE
Vi è un equivoco, oggi molto diffuso, che rivela non soltanto povertà politica, ma anche una sorprendente ignoranza teorica: credere che l’egemonia culturale consista nell’occupazione degli apparati, nella sostituzione dei dirigenti, nella nomina di “propri” intellettuali nei luoghi chiave della produzione simbolica. È un errore grossolano: l’egemonia non è il risultato meccanico del potere politico, ma la sua precondizione. Non si governa per stabilire un’egemonia: si è legittimati a governare – in senso storico-politico e non solo in termini elettorali – nella misura in cui un’egemonia è già stata conquistata.
Il punto è decisivo. Una forza politica può vincere le elezioni, controllare ministeri, nominare presidenti di fondazioni, dirigenti televisivi, membri di consigli d’amministrazione, direttori di musei o di enti culturali. Ma tutto questo non basta a produrre egemonia: può al massimo trasformare una forza politica in ceto di governo, non in autentica classe dirigente. Essa può disporre di una maggioranza parlamentare, magari favorita da meccanismi elettorali distorsivi, ma restare priva di quella direzione morale e intellettuale che sola fonda una vera egemonia. Qui bisogna tornare a Gramsci, non per citarlo come un feticcio, ma per comprenderne il significato profondo, al di là degli scimmiottamenti opportunistici. In Gramsci, l’egemonia non coincide con il dominio. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce invece a orientare, convincere, attrarre, costruire consenso. Nei Quaderni del carcere Gramsci scrive che «una classe già prima di andare al potere può essere “dirigente” (e deve esserlo): quando è al potere diventa dominante, ma continua ad essere anche “dirigente”». In altri termini, il potere non sostituisce l’egemonia: la presuppone e deve continuare ad alimentarla. La classe dirigente esercita il proprio ruolo mediante l’egemonia, mentre quella dominante si impone mediante coercizione e forza, che può anche essere solo il frutto di un perverso meccanismo elettorale (come potrebbe succedere con una riforma che conferisca un cospicuo premio di maggioranza al partito che supera una certa soglia). Pertanto, continua Gramsci, «Ci può e ci deve essere una “egemonia politica” anche prima della andata al Governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica» (Q1, § 44). Dunque l’egemonia viene prima del potere, non dopo, e questo è legittimato se questa egemonia la si sa mantenere, evitando di diventare solo espressione di una forza politica dominante. Una forza che giunga a governare può produrre occupazione, clientela, intimidazione, riequilibrio spartitorio, risarcimento simbolico per i propri esclusi. Ma l’egemonia è un’altra cosa: è capacità di direzione morale e intellettuale, capacità di rendere il proprio linguaggio spontaneamente condiviso, di far apparire naturale una certa visione del mondo, di attrarre energie anche oltre il proprio campo politico immediato.
È proprio ciò che gli attuali apprendisti stregoni dell’egemonia non comprendono. Essi vedono nella conquista del governo lo strumento per stabilire una nuova egemonia e così conquistare la cultura; scambiano la nomina per il prestigio, la presenza mediatica per l’autorevolezza, l’occupazione degli spazi per la produzione di pensiero. Ma una cultura non diventa egemone perché un ministro la proclama tale, né perché una maggioranza parlamentare decide di promuoverla. Diventa egemone quando riesce a generare categorie interpretative, parole, immagini, simboli, sensibilità, stili di vita, forme di riconoscimento collettivo. L’egemonia non è ciò che si impone: è ciò che finisce per essere respirato.
L’esempio più evidente, nella storia italiana, è proprio la tanto vituperata “egemonia culturale della sinistra”, a forte centralità comunista. Essa fu più forte proprio quando il Pci era all’opposizione, non perché disponeva di strumenti diretti di governo. Esso non ha conquistato un ruolo culturale perché controllava lo Stato; al contrario, pur escluso stabilmente dal governo nazionale, seppe costruire nel dopoguerra una rete di case editrici, riviste, scuole di partito, sezioni, cooperative, amministrazioni locali, circoli culturali, sindacati, università popolari, cineforum, festival, giornali, intellettuali organici e intellettuali indipendenti. Non era soltanto una macchina di propaganda: era un mondo, una narrazione efficace e attraente, in grado di offrire interpretazioni della storia, della letteratura, del lavoro, della giustizia sociale, dell’antifascismo, del rapporto tra cultura alta e cultura popolare. La sua forza non derivava dal controllo amministrativo degli apparati statali. Veniva dalla capacità di far sentire una parte significativa del Paese dentro una narrazione storica dotata di senso: Resistenza, Costituzione, emancipazione delle classi popolari, centralità del lavoro, istruzione come riscatto, cultura come elevazione collettiva. Persino molti che non erano comunisti respiravano quel clima. Molti intellettuali non iscritti al Pci dialogavano con quel mondo perché vi riconoscevano una forza storica, morale, interpretativa. Croce fu egemone non perché ebbe bisogno di occupare ministeri, ma perché per decenni in Italia non si poté pensare la filosofia, la storia, la critica letteraria senza fare i conti con lui. La Chiesa cattolica è stata egemone non soltanto quando ha esercitato potere temporale, ma quando ha plasmato il senso comune, il calendario, la morale familiare, la lingua dei riti, la percezione della colpa e della salvezza. Il liberalismo novecentesco è divenuto egemone quando le sue categorie — individuo, mercato, diritti, libertà negativa, competizione — sono diventate senso comune ben oltre i partiti liberali. Appunto questa cornice complessiva, questo mondo articolato e comprensivo, è oggi ciò che manca alle forze di sinistra, che pensano di sostituirla solo con una sorta di leaderismo cosmetico.
L’attuale destra italiana, invece, pare intendere l’egemonia come mera rivalsa. Il ragionamento sembra essere: poiché per decenni la sinistra ha occupato la cultura, ora tocca a noi conquistare gli stessi luoghi. Così si riduce la cosiddetta “egemonia culturale della sinistra” a una semplice “egemonia di potere”, mostrando di non comprenderne l’autentica natura: si finisce per pensare che basti mettere le mani sulle leve del comando per stabilire un’egemonia di segno contrario: la cultura pensata come territorio da liberare occupandolo, non come campo da fecondare con idee migliori.
Ne deriva il vizio più radicale della destra: il confondere la cultura con il riconoscimento mondano, con la presenza televisiva, con la direzione di un ente, con la polemica contro il “politically correct”, con il recupero identitario di Dante, Tolkien, Pasolini, Prezzolini, Gentile o Pound. Ma non basta arruolare retroattivamente i morti per costruire una tradizione viva; non basta dire che Dante era “di destra” o che Tolkien appartiene alla destra per produrre cultura: è solo impropria appropriazione simbolica, bricolage ideologico, uso ornamentale degli autori. Una cultura egemone non si limita a mettere bandierine sui classici: li interpreta in modo così potente da costringere gli altri a discuterne.
Si potrebbe dire, con un riferimento apparentemente lontano ma illuminante, che l’egemonia somiglia al principio taoista del wu wei, l’“agire senza agire”. Non nel senso dell’inazione, ma nel senso di una forza che opera tanto più profondamente quanto meno appare come imposizione. L’egemonia non si proclama, accade; non si decreta, si sedimenta; non marcia sulle istituzioni, ma penetra nel senso comune. Quando è autentica, non ha bisogno di gridare il proprio nome: diventa il linguaggio attraverso cui anche gli avversari sono costretti a parlare. Per questo la cultura non può essere prodotta come un piano quinquennale delle nomine. Certo, le istituzioni contano; contano la scuola, l’università, la televisione pubblica, i musei, il cinema, l’editoria, i festival. Ma esse possono solo amplificare una forza culturale già esistente. Se dietro non vi sono pensiero, disciplina, studio, profondità, capacità di interpretare il presente, quelle istituzioni diventano vetrine vuote. Si possono occupare poltrone senza generare idee; si possono sostituire dirigenti senza modificare l’immaginario; si può avere il potere senza avere autorità.
L’egemonia, dunque, non è frutto di una tecnica di conquista degli apparati, ma una forma superiore di autorevolezza storica. È il momento in cui una visione del mondo riesce a presentarsi non come interesse particolare, ma come risposta generale ai problemi di una società. Il Pci del dopoguerra, al netto di tutti i suoi limiti, seppe farlo: seppe parlare di lavoro, alfabetizzazione, emancipazione, dignità popolare, antifascismo, questione meridionale, modernizzazione. L’attuale destra, invece, sembra parlare soprattutto della propria esclusione passata, del proprio desiderio di rivincita, della necessità di “riequilibrare” i luoghi del prestigio. Ma l’egemonia vera non nasce dal risentimento; non è il lamento di chi dice “ora tocca a noi”. È l’affermazione tranquilla di chi ha già prodotto una visione del mondo capace di attrarre. Una cultura che ha bisogno continuamente di denunciare il complotto dei nemici per spiegare la propria marginalità confessa, proprio così, la propria debolezza: una cultura fondata sul risarcimento non diventa egemone. Può vincere elezioni, può nominare presidenti, può controllare palinsesti, può sostituire classi dirigenti. Non per questo diventa classe dirigente in senso gramsciano. Per diventarlo dovrebbe produrre una nuova idea di Paese, una nuova pedagogia civile, una nuova lingua comune, una nuova sintesi tra popolo e istituzioni, tra memoria e futuro, tra identità e complessità. Dovrebbe attrarre intelligenze non per fedeltà politica, ma per forza intellettuale. Tutto ciò che manca all’attuale destra al governo.
Finché non accadrà questo, gli strateghi della cosiddetta egemonia culturale resteranno analfabeti dell’egemonia: crederanno di conquistarla occupando ciò che, al massimo, possono soltanto amministrare. Ma l’egemonia non abita dove si firma una nomina; abita dove una società impara, quasi senza accorgersene, a pensare con le tue parole.