Aldous

Totalitarismo compassionevole

TRANQUILLI, È SOLO BIOMACCARTISMO

Il paragone che si sente in giro fare tra gli eventi degli ultimi mesi con gli anni Trenta tedeschi, rischia di essere controproducente ma soprattutto di fare fuori il potenziale euristico che ogni ragionare analogico punta ad avere. Le vicende del nazismo sono un termine di paragone che per alcuni versi porta fuori strada ed è avventato innanzitutto per la differenza di gravità dei fatti e dei torti non paragonabili finora (e sperabilmente anche dopo) con la contrazione attuale dei diritti e degli spazi di libertà fisica, sociale e d’opinione di tutti gli italiani (e da qualche mese, cosa più grave, in modo differenziato per gli italiani non vaccinati o non disposti per questioni etiche ad esibire la tessera verde) e in secondo luogo per la differente natura della discriminazione. Il non vaccinato si trova infatti ad essere discriminato non per una condizione a lui imposta dalla nascita o dal caso e da lui non dipendente come l’appartenenza ad un’etnia, il colore della propria pelle, una disabilità, una appartenenza di genere, bensì in base ad una condizione da lui scelta. 

Il passaggio è importante. Oggi nessuno è costretto ad essere discriminato, basta una puntura e come d’incanto il cittadino può tornare ad avere stessi diritti e comodità di tutti gli altri cittadini. Dunque le politiche discriminatorie razziali tedesche di inizio Novecento, quelle statunitensi della metà e quelle sudafricane della fine del secolo non rendono il senso della attuale situazione. Ognuno può cessare di essere penalizzato: deve solo volerlo! Il problema si pone appunto se il cittadino in questione non lo vuole per motivi che possono essere risibili o meno, dettati da ignoranza o da sapienza, da modestia o da protervia. Insomma, egli è penalizzato, come ben spiega nei suoi articoli Luciano Sesta, se in un quadro legislativo che non gli impone il vaccino esercita la sua libertà d’opinione e gli atti che ne conseguono. Allora la conseguenza è chiara, il cittadino italiano non può e non deve avere una opinione diversa da quella che il governo e i media sostengono egli debba avere. Se continua ad averla sarà un parassita, un ignorante, un paranoico eccetera e dovrà pagare per questo.  

L’idea non di convincere le persone ma imporre surrettiziamente attraverso delle vessazioni un atto non coerente con le loro convinzioni è una sconfitta per una democrazia e una reintroduzione dell’idea, la più pericolosa per una democrazia, che ci possa essere una sola verità. Da un anno e mezzo appare evidente dalle reazioni dei media, del governo e dei virologi da guardia e da difesa come sia accettabile una sola verità sulla concezione di ciò che è importante preservare di fronte a un’emergenza (vedi Agamben e Biuso), sulla reale consistenza di questa emergenza, sulle modalità mediche e politiche per affrontarla, sulla necessità di preservare gli istituti di controllo e la libertà del dibattito, sulla plausibilità della durata dell’emergenza (Cacciari), sul valore attribuibile alla libertà rispetto alla sicurezza eccetera. 

Sono altre allora le analogie che vengono in mente, quelle dove per il potere il problema non è chi sei ma cosa pensi, quelle in cui è necessario accertarsi che oltre un certo grado a variazione sul tema già dato e intoccabile non si vada. Il maccartismo, ad esempio, la caccia alle streghe degli anni Cinquanta americani dove non dovevi pensare qualcosa che oltrepassasse lo spazio politico già deciso (da cui socialismo e comunismo erano ovviamente banditi) e che ben mi sembra si sposi al clima politico che si è stabilito immediatamente dal marzo del 2020 in Italia e non solo. Un biomaccartismo si potrebbe dire.

Certo, altre vicende in corso come quella dei professori soggetti alla manovra estorsiva di dover scegliere tra vaccino, tamponi (che farebbero di loro gli unici sicuri di non infettare in un ambiente dove chiunque altro potrebbe infettarli) o fine dello stipendio e dell’insegnamento rende arduo non pensare al regio decreto n. 1227 del 28 agosto 1931 che imponeva un giuramento di fedeltà al regime fascista. 

Dunque siamo in una dittatura? Anche l’utilizzo di questo termine risponde ad una semplificazione della questione e si presta all’ovvia confutazione che la possibilità di dire sui media (non molti in verità) che siamo in una dittatura dimostra che non siamo in una dittatura. Il tema affrontato in questo modo rivela una lettura binaria, modellizzata, astratta dei fenomeni storico-politici come se si desse la DEMOCRAZIA da una parte e la DITTATURA da un’altra e null’altro in mezzo. Eppure, basta comparare paesi che formalmente consideriamo democrazie per scorgere differenze significative. Un paese può avere molte testate giornalistiche ed emittenti televisive oppure poche e legate a pochi grandi gruppi finanziari industriali; può avere una legislazione sul lavoro che tutela dall’arbitrio della classe dominante o che si rimette ad esso; può avere meccanismi per la trasparenza dei finanziamenti alla politica o affondare in una opacità senza scampo; può avere una media di istruzione alta dei cittadini o fette di popolazione consegnate all’analfabetismo più o meno funzionale; può avere spazi di dibattito e partecipazione a tutti i livelli o essere schiacciato in una società verticale; può avere una magistratura a cui si dà autonomia e mezzi per fare il proprio lavoro o meno; può avere leggi elettorali fatte per far esprimere il popolo ed altre fatte per confonderlo o neutralizzarlo; può avere opposizioni funzionanti e sindacati agguerriti oppure asserviti. Ognuno di questi e molti altri aspetti ancora ci avvicinano o ci allontanano da ciò che dovrebbe e potrebbe essere una democrazia. Non credo di dover offendere l’intelligenza del lettore facendo notare come il governo Draghi in pochi mesi stia peggiorando tutti i parametri possibili. Si procede verso la “Democratura” o se si vuole verso la “Postdemocrazia” alla Colin Crouch o il “Capitalismo autoritario” alla Sloterdijk, scegliete voi. 

Ricapitolando: Niente Nazismo. Stiamo solo scivolando verso una post-democrazia autoritaria accompagnati dall’istaurazione di un biomaccartismo culturale e mediatico. A occhio e croce per un bel numero di italiani nulla di cui valga la pena preoccuparsi, il che è probabilmente il motivo per cui ciò sta accadendo.