Aldous

Totalitarismo compassionevole

CREDERE OBBEDIRE SANIFICARE

C’è in giro un’arietta di pensiero unico che fa paura. Il problema, in questi casi, è che il pensiero non può essere unico a lungo. Lasciato solo prima si acquatta, poi deperisce e infine scompare: ha bisogno di alternative, ipotesi, sfumature, negazioni e adesioni, speranza, cambiamento, esperienza dell’alterità. Per renderlo così angusto il pensiero, ci vuole però un gran lavoro, non lo si fa dall’oggi al domani. Ci vogliono investimenti, programmazione e un’ampia manovalanza intellettuale che sappia sempre dove è il caso di aggiogare il carro delle proprie opinioni, anzi che a un certo punto lo sappia persino qualora non glielo si dica. 
In sede di una costituenda storia del pensiero unico il cambio di passo si potrebbe far risalire al secondo quinquennio degli anni Settanta del Novecento e ai primi anni degli Ottanta. È lì che il lavoro di disboscamento della pensabilità occidentale (e quindi, a via di globalizzazione, umana) si fa più alacre. Sono gli anni del riflusso, aborto giornalistico-sociologico con cui all’epoca ci si baloccava in Italia (chi non lo ha ancora fatto dovrebbe leggere sulla vicenda Dancing Days, l’intelligente e accurata ricostruzione di Paolo Morando per Laterza) e, più smaccatamente, dell’ascesa di Thatcher e Reagan. Non è tanto la proposta di un liberismo rozzo o della nefasta teoria del Trickle down (l’ulteriore arricchimento dei già ricchi che “sgocciolerebbe” sui ceti più poveri che è ancora in circolo a mezzo secolo di distanza) a iniziare la stenosi del pensiero, è piuttosto l’idea che non si dia alternativa (il T.I.N.A di Thatcher) o che l’avversario politico sia “l’impero del male”, che insomma “altrove” non vi fosse nulla che valesse la pena pensare. 
Sono anche gli anni dei manifesti del post-moderno, con la lieta novella della fine delle grandi narrazioni e il “liberi tutti”, quando in realtà erano finite tutte tranne una, quel grumo di mercatismo e infantile ossessione per una tecnologia fatta di gadget e “comodità” che ci guida da cinquant’anni. Oramai il pensiero unico si è fatto frattale, si riproduce in tutta la sua angustia nelle grandi questioni come nelle minute. Ogni singolo pertugio del nostro vivere viene bonificato e reso monologico. 
Ora che siamo sul finire, ci passa davanti, come stereotipo filmico comanda, tutto il processo. Gli anni Ottanta con le marche, l’ottimismo, il berlusconismo culturale, i paninari, il privato. Gli anni Novanta con il berlusconismo politico, le tre i della scuola, i servili tentativi della sinistra europea e americana di restare al potere facendo loro il lavoro che avrebbero dovuto fare gli avversari (ad esempio in Italia per bonificare la scuola e l’università dal pensiero e darle una struttura di crediti e segmenti adatta alla bisogna si è dovuto ricorrere all’uomo più piccolo con il cognome più grosso). Poi il primo decennio del duemila con la costruzione del nemico islamico e l’ulteriore restringimento di ciò che è pensabile e di ciò che è dicibile. Poi gli anni Dieci con la costruzione del fantoccio del populismo (quasi a dire: “vedete? Fuori dalle banche non vi è salvezza, solo rumore, sangue, perdita di senno e furia”). E infine il 2020.
Nel 2008 scrivevo nella mia Guida filosofica alla sopravvivenza che ormai nel mondo si dava soltanto una “ragione ambulatoriale” che ci vedeva o malati o guariti e ogni cosa vedeva come terapia perche il cambiamento, la trasformazione, non erano possibili. Nello stesso anno Mark Fisher scriveva il suo Realismo capitalista, l’inimmaginabilità di un mondo diverso da quello che è già. Forse il maestro Noica la definirebbe una nuova malattia dello spirito. Eppure in quegli anni mancavano ancora alcuni elementi centrali per stringere il nodo scorsoio in cui oggi ci troviamo. Le ultime ricette della terapia erano ancora di là da venire. Nell’attesa che il nostro blog ci permetta di analizzarle singolarmente è forse il caso di elencarle.
Mancava ancora, nel 2008, il pieno avvento della portabilità di internet, questo divoratore di attenzione, questo strumento che ci rende sempre in compagnia e mai in compagnia, sempre a disposizione o intenti a inventarci un valido motivo per il nostro non essere stati a disposizione. Mancavano i social con la loro polarizzazione del dibattito, l’eliminazione delle sfumature, dell’ironia, delle contestualizzazioni, della complessità, con l’autocontemplazione di se stessi, con la mortificante continua ostensione dei minuscoli fatti della propria vita. Mancava il prodotto culturale dei social: l’indignazione, il politicamente corretto, la cancel culture che parassitano la sinistra culturale, sempre più timorosa di dire e pensare, ed esacerbano la destra, sempre più rozza, più spiccia, più anti-intellettualistica. In questa dialettica si esemplifica perfettamente il passaggio da unico pensiero a nessun pensiero. Mancava infine la cultura del complotto che tanto favorisce il potere che ha buon gioco a derubricare ogni pensiero alternativo come delirante e a imporre una sola ricostruzione dei fatti.
Ed ora infine la pandemia, il grande acceleratore di tutto ciò che già ci stava occludendo la mente, il grande risultato di tutto ciò che già ci stava occludendo la mente. Ciò che era ottuso lo si è fatto ancora di più. Un’emergenza senza data di scadenza che rende il pensare (che significa valutare anche il bene e il male delle cose o se le cose possano essere interpretate in modo diverso e gestite di conseguenza) attività pericolosa, antisociale, disfattista. Ogni atto, opinione, comportamento viene riportato alla lotta per la vita di una comunità e diventa non idea legittimamente diversa ma attentato alla nostra immunità collettiva. La libertà degli individui si fa minacciosa, luogo dove possono allignare i “germi” della nostra rovina: primum vivere deinde … niente.
Ogni dubbio, perplessità, riflessione sui costi a lungo termine, sulle perdite in un’ottica più ampia, antropologica, che ci stiamo infliggendo, ogni calcolo più esteso su ciò che rischiamo si è fatto impraticabile. Mentre la morte si faceva presenza costante nella quotidianità, proprio la morte (il suo senso nella vita) si è fatta impensabile. Come già in epoche passate, si è creato un dispositivo concettuale per quest’ultimo scatto di chiusura intellettuale. È composto da due passaggi. Il primo è la chiamata al bene supremo del popolo di fronte a cui niente (posizioni diverse sulla morte, sulla salute, sulla medicalizzazione, sul valore della libertà personale e della socialità, sul valore della sfera del privato) vale se non come ingiustificabile attentato alla nostra vita e a quella dei nostri cari (si intende che il “niente vale” non si estende al diritto di proprietà commerciale e di profitto delle multinazionali dei vaccini che resta intatto e intoccabile; se non ci avevate fatto caso mi sa che è già troppo tardi). Il secondo passaggio è la costruzione del concetto di “negazionista”, completata a calco su quella di “eretico”. Il negazionista (a volte il concetto può essere associato o scambiato con quello di complottista) come l’eretico, è tale in quanto non resta all’interno dello stretto perimetro dell’ortodossia ed erra in quanto si pone al di fuori di essa, ciò indipendentemente da quel che egli pensi o dalla qualità del suo pensiero. Così diventano negazionisti il filosofo Agamben che esprime delle perplessità del tutto in linea con ampie parti del pensiero occidentale degli ultimi secoli e il tizio che pensa che la pandemia sia il risultato di un’invasione di agenti alieni provenienti da lontane galassie e già da decenni presenti sulla terra. 
In fondo, per il pensiero unico post-pandemico, è irrilevante ciò che essi pensano. Entrambi comunque non hanno creduto, e tanto basta.