CAOS GEOPOLITICO
Diversi avvenimenti stanno modificando radicalmente lo scenario geopolitico mondiale con conseguenze ancora non del tutto prevedibili. Tra i più rilevanti si ricordano: la chiusura dello Stretto di Hormuz il 20 giugno da parte iraniana e le minacce di gravissime sanzioni da parte americana dopo i falliti tentativi di sconfiggere militarmente l’Iran; l’attacco ucraino nel mar Caspio del 25 luglio a danno di una nave mercantile iraniana, il quale ha quasi scatenato una risposta militare iraniana frenata però dall’alleato russo; il Patto della Mecca tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, stipulato tra il 7 e il 9 agosto, ispirato ad una sorta di NATO sunnita con tanto di ombrello nucleare gentilmente offerto dal Pakistan; l’aumento delle tensioni russo-giapponesi, riaccesesi dopo la visita di Putin il 13 agosto nelle contese isole Curili, a ricordarci come Russia e Giappone non hanno mai concluso un trattato di pace a causa di tale disputa territoriale; nella seconda metà di agosto la Turchia ha valutato una reazione militare in risposta all’attacco israeliano alla base siriana di Abu al-Duhur ritenuta destinata alle forze turche; l’aggravamento delle tensioni europee con la Russia dopo le dichiarazioni di Mosca il 27 agosto in risposta al progetto britannico di dotare gli ucraini di missili a lungo raggio Storm-Shadow; ultimo ma non meno importante, le visite contestuali di alto livello del direttore della CIA e della diplomazia vaticana a Mosca verso fine agosto.
Un grande caos geopolitico si apre dinanzi a noi, e certo non è semplice tenere insieme i pezzi, ciascuno con le proprie frammentazioni e le proprie caratteristiche. Eppure, alcuni elementi sembrano poter essere ricollegati, in un tentativo critico-conoscitivo dalla riuscita incerta. Critico-conoscitivo perché le miriadi di notizie geopolitiche quotidiane necessitano di essere elaborate singolarmente e poi rivedute insieme per poterle depurare dalla propria specifica propaganda (occidentale, russa, cinese, ecc); riuscita incerta perché la frammentazione del vecchio ordine mondiale si fa sempre più evidente e insieme ad esso crollano vecchi costrutti e interpretazioni ormai troppo presuntuose per sperare di anticipare i movimenti globali e capirne la logica intrinseca.
Il primo elemento che attira l’attenzione è che i conflitti che erano stati finora localizzati (l'Ucraina contro la Russia lungo la linea di confine ucraino; l'Iran contro gli USA e Israele nel golfo persico) si stiano sempre più intrecciando, mentre vecchie (e nuove) questioni territoriali rischiano di riaccendersi (o di aprirsi), conducendo ad una guerra che da localizzata rischia di divenire sempre più estesa. D’altronde, la logica di frammentazione di un conflitto globale (quello degli USA per il mantenimento dell'egemonia economica e della supremazia tecnico-militare sul globo) non può che degradarsi con l'allungarsi a tempo indefinito dei conflitti locali. Dunque, la logica della guerra mondiale a pezzi già denunciata da papa Francesco rischia di essere tra non molto superata dalla logica della "guerra mondiale estesa". Questo rischio aumenta enormemente quando nascono nuove alleanze militari o difensive fino a poco tempo fa inimmaginabili (come il Patto della Mecca) o quando si sforano i confini di un conflitto localizzato (come l’attacco ucraino nel mar Caspio).
Il secondo elemento coinvolge gli Stati europei che, nel loro vile e passivo vassallaggio agli Stati Uniti, tentano di rimanere nell'opaca zona d'ombra della guerra implicita, ossia di chi supporta lo sforzo bellico di un paese (l'Ucraina) contro un avversario con cui non sono de facto in guerra in prima persona. Non ancora, perlomeno, considerato che le sanzioni economiche e la strutturazione di una industria bellica europea a supporto dell'Ucraina oggi sono prodromiche ad una guerra europea su vasta scala contro la Russia. La logica che sorregge la guerra mondiale a pezzi è dunque una logica dell'ambiguità, dell'opacità degli aiuti e dei sostegni diretti tra alleati, dello sforzo diplomatico che l'occidente muta con leggiadria in inganno per diluire i tempi e colpire il nemico nel proprio attendismo, o meglio nella speranza del nemico di de-escalation del conflitto e di proficui accordi per la ricomposizione delle relazioni transnazionali.
L'estensione dei conflitti locali potrebbe generare, dunque, secondo il moto delle rispettive logiche di preservazione della sovranità nazionale e dei propri interessi vitali, uno sviluppo non lineare degli eventi o, detto altrimenti, la pericolosa accelerazione verso sviluppi imprevisti e catastrofici degli scenari bellici in corso. I tempi insolitamente lunghi dei conflitti locali in corso (scenario ucraino e iraniano, ad oggi) non sono garanzia di conflitti a bassa intensità e di pericolosità ridotta. Al contrario, la logica di prolungamento dei tempi bellici è spesso sostenuta da strategie di logoramento le quali, superata una certa soglia temporale, conducono ad operazioni granitiche di annientamento dell'avversario che per primo è sull'orlo di cedere. La logica di sostegno dei paesi formalmente neutrali ai paesi in guerra non potrà che trascinare in guerra quegli stessi paesi che prima agivano nelle retrovie e nell'ombra.
Un terzo elemento si aggiunge a quanto detto sopra. La guerra odierna si basa sempre meno sulle vecchie operazioni militari di vasta scala, quanto più sulle operazioni di guerra ibrida e sull’uso dell’economia come arma geopolitica (esiste ormai una branca di studi che si occupa, appunto, della geoeconomia). In questo contesto, gli Stati Uniti, insieme al blocco occidentale, puntano sempre più sull’uso delle sanzioni e dell’isolamento economico contro i loro nemici: Russia, Iran e Cina in primis. Ma questi attori geopolitici non sono paesi di terzo o quarto mondo inermi e indifesi, come potrebbe essere Gaza. Le misure economico-commerciali russe, iraniane e cinesi puntano a divincolarsi dalla morsa soffocante dell’Occidente e a garantire un commercio mutualmente vantaggioso con i paesi del resto del mondo. Ma riescono anch’essi ad utilizzare l’economia come arma: l’Iran strozza lo Stretto di Hormuz, mettendo in stress il sistema petrolifero mondiale; la Russia garantisce una fonte finora inesauribile di risorse energetiche ai suoi alleati; la Cina minaccia l’industria dei chip e dei nuovi componenti tecnologici secondo la logica della guerra delle terre rare e di altri metalli preziosi. La guerra si muove dunque su più fronti, ed oggi l’Occidente ha perso diversi primati in campo economico. Certo è che se la prosecuzione della guerra mondiale a pezzi seguirà la logica di preservazione del dominio americano sul globo, tra qualche anno dovremmo vedersi aprire un fronte militare asiatico, in funzione anticinese, unico vero concorrente economico globale degli USA.
La convergenza di questi tre elementi basterebbe come prova affinché l'Europa si desti e riscopra la sua identità e autonomia. L’Europa attuale, invece, resa impotente dal giogo americano e svuotata della sua autonomia intellettuale e spirituale, si dirige verso un probabile suicidio geopolitico, confermato dai piani di pesante riarmo militare del suo asse portante, ovvero della Germania. Appare chiaro, purtroppo, che i paesi (europei e non solo) che guerreggiano contro l'asse del male (Russia, Iran, Cina) sono soggetti in balìa del potere americano, con a capo governi compiacenti che sfruttano tale sudditanza per l'interesse personale della casta al potere. Saranno le popolazioni di questi paesi, tuttavia, a dover subire gli immani costi economico-sociali della guerra e della mobilitazione militare. Costi che, come nel caso ucraino, diventano sempre più insopportabili e che, difatti, stanno condannando quei paesi a divenire Stati falliti il cui futuro sarà, nel caso migliore, lo spopolamento e il declino economico pluridecennale; nei casi peggiori, lo sventramento territoriale di quei paesi e la cessazione della loro esistenza formale o de facto.
Mentre l’Occidente rinnega la sua storia e la sua cultura, scadendo in una retorica interna liberticida e guerrafondaia, ripudiando i suoi dogmi di libertà e progresso, gli altri popoli mostrano una dimensione più autentica di libertà e sovranità nazionale. Mostrano, soprattutto, come gli Stati Uniti siano un impero in declino, destinato a perire come tutti i grandi imperi del passato. Particolarmente singolare è il fatto che l’Iran, discendente di un grande impero del passato, ossia l’Impero persiano, stia dando prova di ciò, e di quanto ampio e profondo sia il declino dell’impero morente (militare, economico, morale, umano), dimostrando al tempo stesso che le autentiche dimensioni della sovranità e della libertà nazionali vanno difese ad ogni costo. Del resto, parafrasando Mao, la Storia “non è un pranzo di gala”.