Aldous

Distopie

GENEALOGIA DELLA MORALE (SOCIAL)

Fedeli all’idea che il filosofo possa parlare del mondo nella misura in cui ne è al contempo sia fuori che dentro e per orientarci rispetto al nuovo sconcertante uomo che il web sta forgiando (per quanto il verbo suoni qui persino grottesco) ci affidiamo a qualcuno tra coloro che abbia esemplarmente incarnato questa dialettica di appartenenza ed estraneità. Al viandante per eccellenza.

Il filosofo a cui, in questo divertissement, facciamo scoperto omaggio fin dal titolo, ci avvisa dunque che cercare negli aspetti “alti” e nobili questo nuovo o ultimo uomo che vediamo vivere questi anni, non ci aiuterà affatto. Meglio cercarlo «nella vis inertiae dell’abitudine o nella smemoratezza o in una cieca e casuale concatenazione e meccanica di idee, o, in qualche cosa di puramente passivo, automatico, (…) radicalmente stupido» (Genealogia della morale, Adelphi 2006, trad. di F. Masini, p. 13). Ci ricorda inoltre il Nostro che non l’atto dichiarato buono crea i buoni ma sono i “buoni” (coloro cioè che vengono considerati migliori) che fanno dei loro atti ciò che è buono (p. 15). La classe dominante decide dunque quali siano le virtù e quali i vizi e ogni classe dominante decide e cambia (perlopiù senza dirlo) le carte precedentemente poggiate sul tavolo.

Proviamo dunque a tornare qui all’infanzia del personal computer (l’inizio degli anni Ottanta del Novecento) per vedere (vis inertiae o meno) qual era la morale sociale giovanile prima che diventasse morale social e si estendesse a tutte le coorti generazionali, per capire qual era allora la differenza tra il sopra e il sotto.

La prima cosa che salta all’occhio pensando ai giovani di allora è la presenza del corpo. Quello vero, non quello fotografato, filmato o photoshoppato, ma quello vissuto, sentito, agito nonché messo moderatamente a rischio. Non era neppure il corpo “brandizzato”, mascherato, fatto cosplayer di oggi, ricettacolo di strategie di marketing e “settimane della moda”. Era sicuramente un corpo anelante alla sessualità ma come esperienza e pulsione non come sua esibizione mediatica o come finzione rituale di un atto che però scompare nella realtà. Si facevano certo strada le subspeciazioni artificiali in imitazione al mondo musicale (le ragazze vestite da Madonna, la pop star, ne erano un buon esempio) oppure quell’esperimento ridicolo ma rappresentativo di creazione di gruppi basati sull’imperio delle merci che furono i paninari (sul quale rimando al bel volume di Paolo Morando, ‘80. L’inizio della barbarie, Laterza). Era un corpo, quello maschile soprattutto, alla fine poco interessato agli abiti. Più azione e interazione che esibizione.

Era un corpo aggressivo. Era facile si venisse alle mani allora. Negli anni Ottanta il motivo politico era, tranne che in alcune città, scomparso ma non l’aggressività fisica. Questa aggressività non dava vita a simulacri, a video virali, a dibattiti psicologici e politici, a traumi autodenunciati.        

Era un corpo non sportivo ma dinamico. I giochi erano perlopiù fisici. Si stava fuori, all’aperto, si tiravano calci a un pallone, si correva, si saltavano muretti, si impennava in moto o in vespa. Lo sport come dovere sociale e unico sostituto del movimento naturale umano giovanile scomparso non era ancora arrivato.

Si pensi adesso a un ragazzo “adattato” di quei tempi e lo si trasferisca, con una macchina del tempo, al 2026. Sarebbe un disadattato per i suoi pari e forse persino un problema per la società. Un disadattato perché poco interessato a seguire le mode verbali, sociali, formali. Un tizio che non fa palestra ma si muove sempre, si veste come capita, è poco interessato alla propria immagine (in senso lato e stretto), sembra ossessionato dalle ragazze (che sia un molestatore?), dice cose politicamente scorrettissime e, per giunta, ogni tanto parla di politica. Assente sui social ma che tormenta gli amici per uscire ogni giorno. Ma in fondo forse lui stesso è anche un problema sociale, uno che “alza le mani” con i coetanei, forse un bullo, comunque polemico in classe, poco “inclusivo” e che si lamenta delle tante occasioni che la scuola gli dà di fare esperienze e progetti. Un tizio assurdo che magari studia ma non partecipa e non vuole restare di pomeriggio a scuola. Che avrà da fare poi? Ha anche abitudini rischiose, che possono mettere a rischio i propri compagni. Ad esempio andare in giro in motocicletta in zone di campagna dove lo smartphone non è più connesso. E se si facessero male? Come potrebbero chiamare aiuto?

Cosa ci suggerisce il fatto che l’adattato di ieri sia diventato il disadattato di oggi? Non è forse la canna fumante? O almeno l’indizio e il movente? Forse allora è necessario chiedersi cosa fosse invece l’adattato di oggi prima di adattarsi.

Il nostro piccolo esperimento mentale segnala la distanza antropologica abissale che in pochi decenni si è creata tra i giovani di allora e quelli di oggi e sebbene non tutti i cambiamenti siano negativi nondimeno, a pensarli insieme, fanno una certa impressione. Ma Nietzsche ci chiama e allora proviamo un altro piccolo esperimento, proviamo a ipotizzare una “genealogia della morale social” fatta a calco dell’originale, della nicciana Genealogia della morale. Un’ipotesi del perché si sia diventati così. Seguiamo il dettato nicciano e limitiamoci a sostituire, quando serve, i soggetti in questione con altri più adatti al nostro tempo per vedere se i conti tornano.

Ripartiamo dunque dalle basi e da ciò che si diceva all’inizio: “l’idea di preminenza politica si risolve sempre in un’idea di preminenza spirituale” (p. 20), cioè: comandiamo dunque abbiamo ragione, siamo buoni e dovreste imitarci. Ebbene di chi è stata la preminenza politica in questi decenni? O meglio: come potremmo caratterizzare antropologicamente coloro che hanno preso il potere se li trasferissimo negli anni Ottanta e li facessimo tornare ragazzi? Prendendo a prestito una denominazione volgare e in uso negli infiniti film e telefilm ambientati nei college americani (attraverso cui si è reso attraente persino il fallimento del sistema scolastico statunitense) la risposta è facile: i nerd. Coloro che stanno in casa, non escono, hanno una certa timidezza sociale e fanno fatica a reggere la competizione sociale e fisica; coloro che fanno poco sport e sono poco interessati alle esibizioni di forza e destrezza. Questo a volerli caratterizzare in destruens.

Ma in costruens? Emerge la loro passione per la tecnologia vista come strumento, diaframma sociale, forse fede. Il loro legittimo risentimento, il loro odio per essere esclusi dal gioco sociale ed erotico. L’odio dell’impotenza che niccianamente crea l’intelligenza, la genialità della vendetta.

Inoltre il nerd conta sulla sua forza neotenica. Il nerd resta in uno stato larvale di preadolescenza e questo gli permette una plasticità e una capacità di imparare che il non-nerd perde rapidamente. Chi vuole vedere questa neotenia esibita in tutta la sua potenza dia un’occhiata a Wikipedia, chiaramente un’impresa nerd, dove aggirandosi tra le voci “adulte” (politici, scrittori, filosofi) si trova una quantità moderata di informazioni ma inoltrandosi in voci come Il trono di spade o Star wars ci si imbatte in un enorme numero di materiali che fa pensare a un gigantesco investimento di studio.   

Musk, Zuckerberg, Gates eccetera cosa sono se non nerd invecchiati, resi più fisicamente performanti dai loro personal trainer e da batterie di integratori, resi più sicuri dal denaro e dalla forza politica ma rimasti alla stessa abissale distanza da una sana interazione sociale, dal piacere dell’amicizia, dalla levitas dell’intersoggettività. Si vede a un primo sguardo che nessuno di loro potrebbe fare, ad esempio, il politico o il rappresentante di aspirapolveri o il maestro elementare; nessun lavoro che implichi una gestione della interazione sociale, abilità a destreggiarsi in essa e interesse per gli altri soggetti umani. Intendo per politico ovviamente colui che è in grado di partire dal proprio intorno, crearsi consensi e grazie ad essi scalare la piramide politica non i tecnocrati politici che vengono cooptati o più radicalmente paracadutati dall’alto per la loro competenza e affidabilità vera o supposta. Non gli Amato o i Draghi o i Monti o i Tajani ma i Meloni, i De Luca, e così via (quello insomma che da giovane poteva diventare rappresentante d’istituto e nel suo paese consigliere comunale).

I nerd sono dunque l’equivalente della classe sacerdotale che in Nietzsche realizza la trasvalutazione dei valori, che impone agli aristocratici (di cui temono la forza e la violenza) un paradigma che li rende innocui. Un paradigma in cui tutte le capacità aristocratiche diventano disvalori e tutto ciò che non sanno o non vogliono fare diventa un valore. Non avendo la forza ma avendo l’intelligenza devono inventare un mondo (il “mondo vero”) in cui questa conti e quella no. E poi, come scrive il Nostro (mi sono permesso di aggiungere un “adattamento” tra parentesi quadra):  «metteteci per giunta l’intera metafisica dei preti [nerd], nemica dei sensi, atta a impoltronire e a scaltrire, la loro autoipnosi alla maniera dei fachiri e dei bramini – Bramhan [il web] utilizzato come sfera di cristallo e idea fissa»  (p. 21)

Per operare questa trasvalutazione, secondo Nietzsche, i sacerdoti occidentali inventano il giudaismo, poi il cristianesimo e infine (il più plebeo di tutti) il protestantesimo. I nerd invece creano i personal computer, poi i videogames, poi il web, poi l’e-commerce e infine i social. Tutto ciò che dava dolore al giovane nerd viene distrutto o trasformato in un male: uscire di casa, giocare attraverso il corpo, procurarsi cose all’esterno, e infine fare amicizia e sedurre e fare sesso. Tutto ciò che gli piaceva diventa invece il modo in cui è preferibile vivere. Tutto può essere fatto al sicuro, senza corpo e senza mondo esterno materiale. Così li descrive Nietzsche: «il ressentiment di quei tali esseri a cui la vera reazione, quella dell’azione, è negata e che si consolano soltanto attraverso una vendetta immaginaria» (p. 26). In questo caso però la potenza della tecnologia e del capitalismo crea un mondo immaginario che sostituisce quello reale in modo che la vendetta immaginaria diventi reale (come attestano i suicidi in seguito a revenge porn o al bullismo online).

In apparenza, in linea nicciana, saremmo di fronte a un ulteriore aggravamento del plebeismo ma in realtà, diversamente dalla trasvalutazione precedente essa è anche il suo rovesciamento giacché se nella trasvalutazione nicciana «i signori sono liquidati, la morale dell’uomo comune ha vinto», (p. 25) qui, al rovescio, sono i signori a diventare i proprietari dei feudi immateriali (secondo una recente linea interpretativa della contemporaneità che, pur con differenze, va da Massimo De Carolis a Yanis Varoufakis) e vincono sull’uomo comune che dissoda per due soldi, o a volte gratuitamente, o persino pagando, il terreno immateriale dei loro feudi.

Insomma, per citare ancora la cinematografia trash americana (e non a caso un film del 1984): La rivincita dei nerd.