LA VERA EGEMONIA DELLA DESTRA
La destra italiana – ho sostenuto nel mio precedente articolo – parla molto di egemonia culturale, ma spesso dà l’impressione di non avere capito dove essa si trovi davvero. Crede che l’egemonia consista nel piazzare uomini nei consigli di amministrazione, nominare direttori di musei, presidiare saloni del libro, riscrivere programmi, occupare ministeri, correggere manuali, moltiplicare festival amici, sottrarre qualche poltrona a quella che continua a chiamare, con pigra formula di guerra fredda, “cultura di sinistra”. Ma questa non è egemonia: è lottizzazione tardiva. È amministrazione rancorosa del sottoscala simbolico. È il tentativo di compensare con le nomine ciò che non si riesce a produrre con la forza delle idee.
La verità, più semplice e più crudele, è un’altra: la destra un’egemonia culturale l’ha già avuta, e in larga misura continua ad averla. Solo che non è quella sognata dagli apprendisti stregoni della destra identitaria italiana, con il loro pantheon di autori esoterici, nostalgie imperiali, riviste semiclandestine, busti di Evola, fantasie comunitarie, retoriche della Tradizione e rivalse contro i professori progressisti. La vera egemonia della destra non è nata nei cenacoli post-missini, né nelle case editrici militanti, né nelle fondazioni che cercano di dare rispettabilità accademica a ciò che spesso resta risentimento ideologico. È nata molto più in alto e molto più in profondità: nel neoliberismo di Reagan e Thatcher, nella grande controffensiva occidentale contro lo Stato sociale, i sindacati, la redistribuzione, il compromesso socialdemocratico, l’idea stessa che la società possa correggere democraticamente il mercato.
Quella sì è stata egemonia. Non perché abbia occupato qualche istituto culturale, ma perché ha cambiato il senso comune. Ha insegnato a milioni di persone a pensarsi come imprese individuali. Ha trasformato il lavoratore in “capitale umano”, il cittadino in contribuente, il povero in colpevole della propria inefficienza, il ricco in modello morale, la fiscalità in esproprio, la solidarietà in assistenzialismo, il sindacato in corporazione parassitaria, il welfare in spreco, il mercato in natura. Ha persuaso intere società che non esistano alternative, che la competizione sia la forma adulta della vita, che la diseguaglianza sia il prezzo inevitabile della libertà, che il pubblico sia lento e corrotto mentre il privato sarebbe sempre efficiente e virtuoso.
Il trionfo neoliberale non ha avuto bisogno di un romanzo nazionale, di una mitologia guerriera, di una nuova epica identitaria. Ha avuto bisogno di un vocabolario fatto di merito, efficienza, flessibilità, responsabilità individuale, modernizzazione, concorrenza, libertà d’impresa, taglio delle tasse, riforme strutturali. Parole apparentemente neutre, tecniche, ragionevoli; in realtà, parole cariche di una visione del mondo. E quando una visione del mondo riesce a travestirsi da buon senso, ha già conquistato l’egemonia.
Il rapporto tra questa egemonia neoliberale e quella identitaria non è di opposizione, ma di divisione del lavoro. La prima governa il reale; la seconda amministra il risentimento. La prima organizza economia, lavoro, fiscalità, welfare, impresa, merito, Stato; la seconda offre bandiere, miti e simboli a quegli ambienti inquieti che avvertono il disagio prodotto dalla finanziarizzazione del mondo, ma non devono mai arrivare a individuarne le cause materiali. La cultura identitaria non è inutile: è utile proprio perché non incide. Non tocca la proprietà, non rafforza il lavoro, non redistribuisce ricchezza, non limita il potere del capitale. Offre invece una compensazione immaginaria: radici al posto dei diritti, appartenenza al posto dell’eguaglianza, nemici culturali al posto dei conflitti sociali. Così chi è ferito dal mercato viene invitato a prendersela con il migrante, con il femminismo, con il politicamente corretto, con l’Europa, con l’antifascismo, con l’intellettuale progressista; non con il datore di lavoro, il rentier, il monopolista, l’evasore, il capitale finanziario.
Naturalmente, quella egemonia non è stata soltanto economica. Negli Stati Uniti si è saldata alla destra religiosa, al moralismo conservatore, alla difesa della famiglia tradizionale, all’ossessione per l’ordine, alla retorica della nazione minacciata. In Europa ha assunto forme più secolari, ma non meno efficaci. Ovunque ha prodotto una miscela potente: mercato per organizzare l’economia, identità per governare le paure, sicurezza per disciplinare i margini, moralismo per colpevolizzare chi resta indietro. Il razzismo e la difesa ossessiva dell’identità non sono stati un corpo estraneo rispetto a questa egemonia: ne sono stati spesso il supplemento emotivo. Quando il mercato disgrega, l’identità consola. Quando la competizione produce solitudine, la nazione promette appartenenza. Quando la precarietà genera paura, il nemico esterno viene offerto come spiegazione.
La destra economica non ama affatto gli eccessi ideologici quando rischiano di tradursi in prassi. Ama la stabilità, la prevedibilità, la disciplina dei conti, la pace sociale, la manodopera flessibile, il fisco leggero, i sindacati deboli, i consumatori docili. Non desidera rivoluzioni spirituali, né palingenesi identitarie. Vuole contribuenti meno costosi, lavoratori meno protetti, mercati più aperti, rendite più sicure. Per questo può lasciare tranquillamente alla destra culturale il suo piccolo parco giochi: convegni sulla Tradizione, polemiche contro l’antifascismo, crociate contro il politicamente corretto, riscoperte di autori iniziatici, guerre di simboli, battaglie sui monumenti e sulle ricorrenze. L’importante è che tutto resti nel recinto del simbolico. Si può giocare alla rivoluzione conservatrice, purché il giorno dopo si approvino bilanci prudenti, condoni indulgenti, privatizzazioni opportune, tagli fiscali selettivi e rassicurazioni ai mercati. Evola può dare profondità simbolica a una comunità politica in cerca di antenati; diventa imbarazzante solo se qualcuno pretendesse di prenderlo sul serio dentro il prosaico universo di commercialisti, appalti, partite Iva, bonus, fondi europei e privatizzazioni. La destra economica non sa che farsene di Evola: lo lascia ai convegni, alle bibliografie militanti, alle nostalgie aristocratiche, alle liturgie identitarie. Per teste davvero operative preferisce Hayek senza dichiararlo troppo, Friedman senza apparire troppo crudele, Thatcher senza confessarne la durezza sociale.
Il capolavoro egemonico, tuttavia, non è consistito nel tenere la destra identitaria al suo posto. È consistito nel colonizzare il linguaggio della sinistra. Qui si produce una curiosa inversione storica: la sinistra che, quando era all’opposizione, aveva effettivamente esercitato una robusta egemonia culturale — giornali, case editrici, università, cinema, teatro, associazionismo, sindacato, riviste, intellettuali — è stata poi la più permeabile all’egemonia neoliberale. Le parole che un tempo avrebbe contestato sono diventate il suo lessico di governo: mercato, modernizzazione, competitività, privatizzazioni, compatibilità, riforme strutturali, flessibilità, responsabilità fiscale. In Italia, non di rado, le grandi trasformazioni neoliberali sono passate attraverso culture politiche che continuavano a pensarsi progressiste. Le privatizzazioni, la subordinazione del pubblico alla logica dell’efficienza aziendale, l’idea che il vincolo esterno potesse sostituire il conflitto democratico, la trasformazione della “riforma” in arretramento sociale: tutto questo non è stato imposto soltanto dalla destra. È stato spesso amministrato, giustificato e nobilitato dalla sinistra di governo. Ed è qui che la vittoria egemonica diventa quasi perfetta: quando l’avversario non viene sconfitto frontalmente, ma indotto a farsi portatore della tua lingua.
Il paradosso conclusivo è evidente. La destra al governo cerca un’egemonia culturale alternativa proprio mentre amministra l’egemonia reale della destra economica. Da un lato agita simboli identitari, guerre della memoria, polemiche sull’antifascismo, battaglie contro il progressismo culturale. Dall’altro si muove dentro la grammatica consolidata del mercato, dei vincoli finanziari, della competizione fiscale, della moderazione salariale, della fedeltà atlantica, della rassicurazione dei ceti proprietari. La sua cultura ufficiale vorrebbe apparire sovversiva; la sua pratica di governo resta compatibile. La sua ribellione simbolica funziona perché non diventa mai trasformazione materiale. Il risultato è una strana doppiezza: rivoluzione immaginaria sopra, continuità materiale sotto.
La vera battaglia, allora, non è tra egemonia culturale di sinistra ed egemonia culturale di destra, come se fossimo ancora nel Novecento dei partiti, delle riviste e delle case editrici militanti. La battaglia è tra chi accetta l’egemonia neoliberale come orizzonte naturale e chi prova a rimetterla in discussione. Il resto è teatro: talvolta rumoroso, talvolta grottesco, talvolta inquietante, ma pur sempre necessario al potere, perché consente di recitare la rivolta senza toccare il comando.
È qui che gli “analfabeti dell’egemonia culturale” rivelano il loro equivoco più profondo. Pensano di dover conquistare il potere delle idee, mentre il potere che conta ha già conquistato le parole con cui pensiamo l’economia, il lavoro, il merito, la libertà, lo Stato. Pensano di dover combattere la cultura di sinistra, mentre la sinistra è stata spesso sconfitta proprio quando ha interiorizzato la lingua dell’avversario. Pensano di essere i ribelli del pensiero unico, ma finiscono per fare da decorazione identitaria al pensiero unico più potente degli ultimi quarant’anni: quello secondo cui non esiste società, ma solo individui, mercati e identità impaurite. Il neoliberismo organizza il mondo; l’identitarismo organizza il risentimento di chi quel mondo lo subisce. Ed è proprio questa divisione del lavoro — non la loro opposizione — a spiegare la forza della destra contemporanea.