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UN'ARTE INIQUA

Un libro potente, originale e spudorato. Così viene definito L’arte del capitale dal suo prefatore Davide Miccione (Giuseppe Sapienza, L’arte del capitale, Algra Editore 2020). Vero. Ed è anche un libro esatto, visionario e rigoroso.

Rigoroso nel metodo che non sta in qualcosa di separato dai suoi contenuti, metodo che consiste in una esatta visione della storia umana, dei suoi secoli-tempo, dei suoi luoghi-spazio: «Il metodo è misurare le cose dell’uomo in secoli […] / Imparare da Proust l’arte dell’universale e del particolare, / da Balzac a vedere la bestia umana […] / dai greci e dai cinesi che bisogna scrivere come se / fosse una volta per tutte […] / dalla sofferenza capire che la scrittura è un mondo / migliore di quello reale» (p. 19).

Come si vede da questa prima citazione, molto originale è anche lo stile. Si tratta infatti di frasi composte al modo di versi, nelle quali parole, metafore e informazioni acquisiscono l’evidenza di un poema tragico. L’arte del capitale diventa il canto del capitale che celebra se stesso, i propri crimini, la propria gloria e soprattutto la propria necessità.

Il libro descrive le forme di tale arte in modo sintetico, molteplice e, appunto, esatto. Modo che diventa visionario poiché queste pagine parlano non soltanto dei caratteri costanti del capitalismo e di alcuni degli eventi che li inverano ma anche di altri che sono accaduti dopo la pubblicazione del libro. Proviamo a formulare un sintetico e certamente non esaustivo elenco.

Il capitale parla molto di libertà, liberalismo e liberismo ma è lo spazio dei monopoli: «Dopo aver venduto a poco ho mandato in / malora tutti gli altri venditori, e adesso vendo a molto / ciò che il poveraccio non può che comprare da me» (52).

Il capitale contemporaneo è un’orgia della sostenibilità, del green, dei cambiamenti climatici ma è un’implacabile macchina di avvelenamento, che si lava coscienza e investimenti imponendo ‘multe’ irrisorie alle multinazionali che distruggono il pianeta: «La multa è più bassa del profitto del crimine» (47).

Il capitale è la pubblicità che serve a nascondere queste e molte altre dinamiche. Forma suprema di pubblicità sono infatti i media al servizio del capitale, vale a dire quasi tutti i media. Guy Debord invita a «ne pas oublier que tout médiatique, et par salaire et par autre récompenses ou soultes, a toujours un maître, parfois plusieurs» (‘Non bisogna dimenticare che ogni impiegato dei media, tramite lo stipendio e altre ricompense, ha sempre un padrone, e spesso più di uno’; Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard 1992, § VII, p. 31). La natura servile dei media riesce a convincere «che chi vince è un liberatore e chi perde è un tiranno» (188).

La pubblicità crea inoltre bisogni là dove essi non si danno, non esistono, non sorgerebbero da soli. Mediante le marche, i brand, i prodotti griffati, il capitale è «l’arte di vendere a chi non vuole comprare» (53).

Questo libro va d’istinto e di ragione contro la servitù volontaria, contro la potenza dell’omologazione e formula tesi che gli anni successivi alla sua stesura, per quanto siano pochi, hanno confermato. Alcuni esempi:

-il Venezuela; «Quando uno stato che ha il petrolio è debole, / il suo presidente viene considerato un oppressore, / il paese viene invaso, distrutto e ricostruito / e il petrolio viene comprato e venduto / al prezzo deciso dall’invasore, / che nei giornali si fa chiamare il liberatore» (61);

l’esercito industriale di riserva che i massicci fenomeni migratori creano; «Ti mettiamo contro chi non lavora e lavorerebbe per / meno, / e tu sei contento di subire qualunque schiavitù» (84); «Moderno uomo d’affari / non fare lavare i piatti a uno schiavo / nove ore al giorno col cuore pieno di rabbia, / fanne venire uno scappato dalla guerra / e nella tua cucina troverà il paradiso» (156);

-l’Ucraina e la Nato; «Questo è il mondo […] di chi pensò: non andiamo in guerra con il nostro / vicino, vendiamo armi al suo nemico» (26);

-gli Stati Uniti d’America; «L’alternativa ad essere nostri schiavi è essere le / nostre macerie» (141).

Fenomeni consolidati da tempo e che il libro analizza in modo assai attento e ripetuto sono l’incremento demografico e la riduzione dei membri della nostra specie a ‘risorsa umana’ - «Per avere beni scarsi e prezzi alti / servono uomini in abbondanza» (46) -, riduzione che prepara l’«arte di comprare un lavoratore a meno di uno schiavo» (82) e, più in generale, è propedeutica alla mercificazione di ogni rapporto umano che anche il web in alcune delle sue espressioni favorisce: «Quando il capitale ha bisogno di incarnarsi, / anche l'uomo diventa capitale e la conoscenza / diventa merce» (89), tanto che alla fine «non sai di essere / il prodotto» (54).

Tutte queste espressioni dell’arte del capitale hanno come fondamento la crematisitica, la sostituzione dell’economia con la finanza. Sostituzione nella quale gli spiriti selvaggi del capitalismo trovano il loro culmine. Numerose pagine sono infatti e giustamente dedicate all’usura, fenomeno certo antico ma che nel capitalismo è diventato economia politica e prassi quotidiana: «Non rubare, se hai una banca: fatti prestare dallo Stato / un miliardo a interessi zero e poi prestali al cittadino / al 6%» (159).

L’usura in tante e varie forme si presenta come l’arte suprema del capitale nella forma dell’«arte del credito» (73), l’arte di erogare un secondo prestito per pagare il primo e poi un terzo per pagare il secondo, sino ad acquisire per intero e a costo irrisorio i beni, tutti i beni, dei soggetti sia privati sia istituzionali ai quali l’usuraio - vale a dire la finanza internazionale - ha erogato i prestiti.

Le ragioni per le quali un sistema così innaturale e perverso non sembra trovare opposizione sono naturalmente numerose, diverse e di vario genere, affondando nella storia, nella psiche individuale e collettiva, negli interessi dei singoli, nella natura ludica e infantile della nostra specie (ci piace possedere molti oggetti, molti giocattoli); tra tali ragioni c’è ancora una volta un calcolo costi/benefici. L’arte del capitale infatti cerca di rendere più costosa la ribellione rispetto alla sottomissione: «Abbiamo fatto in modo che difendervi / sia più faticoso che farvi opprimere» (107).

Questo libro costituisce pertanto una vera e propria anatomia del capitale, indagato e portato alla luce nei suoi organi e gangli, nelle sue giunture. Dato che il capitalismo è il modo di produzione che ha vinto la lotta di classe, questo significa che il libro è il proprio tempo appreso nel pensiero, è (per usare i suoi termini) un’analisi dello «stato delle cose contro l'ordine delle cose» (108).

Ma non è soltanto questo. Sapienza non evita il cuore della questione, che è sempre un nucleo antropologico e biologico. Traspare infatti con sufficiente chiarezza dalle pagine del libro che l’arte del capitale si fonda sulla conoscenza accurata e disincantata dell’animale umano e della sua natura, che è natura anche e specialmente gregaria - per ovvie ragioni di sopravvivenza - la quale diventa assai spesso servile. Se «nel lungo periodo / un uomo è gli effetti del potere di altri uomini su di lui» (119) - definizione esatta e davvero notevole - acquista senso la domanda che il capitale pone al ‘filosofo’ dopo avergli mostrato la pervasività della guerra di tutti contro tutti: «È questa l’umanità che mi preghi di risparmiare» (176).

Se l’arte del capitale risulta implacabile è anche perché l’umano è predisposto all’iniquità che della forma di produzione capitalista è la scaturigine, l’essenza, lo scopo.