Aldous

Distopie

QUESTO MONDO NON CI RENDERÀ LIBERI

«Il nemico dei beni comuni è sempre la micidiale tenaglia dello Stato e della corporation», così Ugo Mattei disegnava, nel suo Beni comuni del 2011, l’unione degli interessi del potere statale con quelli delle corporation. Lo Stato usa le proprie leggi per denazionalizzare invece di difendere l’uso comune delle risorse (come nel caso della svendita del patrimonio immobiliare collettivo) ponendo fine all’illusione che ha contraddistinto tutto il Welfare State del Novecento. I governi neoliberali ad un certo punto, spinti dal debito pubblico, hanno venduto i beni comuni, trasferendo enormi ricchezze collettive nelle mani del capitale privato. La comunità non ha potuto reagire perché giuridicamente non aveva alcun titolo su di essi.

Mattei, già da molti anni in prima linea nella denuncia delle dinamiche dei poteri globali, critica pesantemente le decisioni politiche prese dalle ultime compagini governative (ad esempio la pessima gestione pandemica) e a partire da Beni comuni ha intrapreso un percorso giunto al suo pieno sviluppo con il saggio oggetto di questa recensione, La fine del diritto, uscito per Feltrinelli nel 2025, che tenta di rispondere alla domanda fondamentale: “che cosa è rimasto del diritto?”. Questo titolo non sorprenderà coloro che si sono accorti della deriva tecnosociale della società occidentale, in sintonia del resto con il sottotitolo La grande sostituzione tecnologica nell’era nuova.

“Fine” e “sostituzione”, descrivono perfettamente il taglio netto che vi è tra il diritto Statualista e l’illusione della Rule of law celebrata per decenni dall’Occidente. Il positivismo giuridico classico prendeva le distanze dalle questioni morali e lo Stato-Nazione organizzava la società dall’alto verso il basso, operazione che non riesce più a sostenere non avendo la giurisdizione territoriale né la forza materiale per regolare i processi del capitale tecnologico globale. Questo argomento viene così esplicitato dall’autore: «Dopo il collasso delle grandi narrazioni politiche e l’illusione di una rule of law globale, il capitalismo contemporaneo ha riconfigurato il potere attraverso algoritmi, sorveglianza, profilazione comportamentale e ricatto tecnologico.» (La fine del diritto, nota introduttiva).

 Leggendo quest’ultimo saggio di Mattei, lucido e per certi versi illuminante, si comprende perfettamente come la legge sia diventata un’espressione del potere politico ed economico, rispondendo agli standard del codice algoritmico, limitandosi al dirti cosa puoi o non puoi fare. Le classi governative rappresentano gli interessi di una maggioranza e trasformano l’ordinamento in uno “strumento di controllo” che cambia ogni qual volta muta il governo, perdendo quella stabilità che dovrebbe garantire certezza ai cittadini.

Mattei pone l’attenzione del lettore sulla natura orizzontale del diritto, che nasce per proteggere la persona dall’arbitrio degli stolti e dei potenti, basandosi sulla solidarietà e sull’aiuto reciproco, non sull’autorità di chi comanda. In questo libro, il diritto nasce dalle relazioni umane mentre il tecno-capitalismo odierno, impone regole unilaterali, dove il potere del Sovrano o dello Stato è stato traslato all’algoritmo e alle piattaforme. L’autore dice chiaramente: «Per essere diritto esso non può essere dato da una delle parti in causa nel proprio interesse o amministrato da un soggetto dipendente da una delle due parti» (p. 43).

Mattei, nel richiamo in quarta di copertina scrive: «Quando la legge diventa algoritmo, la libertà è solo un’illusione». Per l’autore è evidente che io possa decidere se utilizzare un servizio cliccando o meno sul tasto “I agree”, ma in caso di rifiuto sarò tagliato fuori da tutto quello che esso offre. Quale miglior modo per costringere le persone ad accettare fastidiosi e infiniti termini di condizioni d’utilizzo se non quello di rendere tali servizi indispensabili per azioni quotidiane come il lavoro o l’istruzione? Senza scaricare l’app dell’università che frequenti e quindi senza accettarne i permessi, non potrai prenotarti agli esami, caricare (se ci arrivi) la tesi di laurea e molte altre attività fondamentali.

Esaminando l’interpretazione heideggeriana della tecnica non come mero strumento ma come Gestell (impianto), che si trasforma in un dominio totalizzante sulla natura (considerata una fonte di risorse da sfruttare) e di conseguenza anche sull’uomo, Mattei descrive al lettore come: «Nel mondo Occidentale, abbiamo cominciato a chiamare la trasformazione capitalistica determinata dall’eccedenza della frontiera tecnologica della comunicazione ‘capitalismo della sorveglianza’» (p. 18), dove la téchne non è più uno strumento al servizio dell'uomo, ma una cornice che lo argina, annullando la sua privacy, il suo  «foro interno» (p. 73). Degli esempi sono i casi di Neuralink o Synchron che con il pretesto del progresso medico sperimentano tecnologie invasive legate alla possibilità di costruire un’umanità composta da umanoidi standardizzati per bisogni e desideri.

Quest’ultimo lavoro di Mattei dimostra il sempre più marcato scetticismo nei confronti della giurisprudenza occidentale, che confonde l’individuo con la persona in relazione con gli altri. Una società fondata su doveri collettivi e non sulle prerogative individuali, in cui si dà troppa importanza ai comportamenti o alle “specifiche” che un soggetto ha nella sua vita privata. In realtà: «Per il diritto, fin dalle origini, importa che cosa ciascuna maschera (persona) fa sul palcoscenico sociale, non le specifiche qualità di chi sta dietro quella maschera» (p. 65), inoltre: «Per il diritto contano, fin dalle origini, azioni e omissioni valutate in modo generalizzabile, del tutto indifferente rispetto a ciò che gli attori sociali davvero provano, a chi essi davvero sono» (p. 64). Prendiamo in esame il sistema di credito sociale in cui il comportamento dei cittadini viene valutato tramite un algoritmo che assegna loro punteggi, quando scende perdi alcune facoltà come viaggiare o richiedere diverse agevolazioni. In questo modo lo Stato e le corporation hanno, per ogni individuo o gruppi di persone, una lista di precedenti che assicura un’affidabilità comportamentale generale. Esso assume valore predittivo e vincolante. Ci si può ritrovare a non poter andare in una località perché cinque anni fa si è pubblicato un articolo in cui se ne evidenziavano i difetti. In Corea del Nord si può già vedere come questo modello previsionale limiti la vita dei cittadini in ogni suo aspetto.

L’automatismo tecnologico unito alla previsione e conseguente influenza sul comportamento umano, sono alla base del modello cinese adottato dall’Occidente, in cui il sistema capitalistico euro-atlantico viene a contatto con la perfetta raccolta dati dell’economia socialista orientale di mercato. Mattei spiega che tramite i dispositivi della sorveglianza, limitanti e involutivi, le conoscenze sui bisogni e le preferenze degli individui, reali o indotte, sono più accurate e precise rispetto al sistema dei prezzi nel gioco della catallassi di Hayek. Il valore di mercato ha sostituito e riassunto desideri, bisogni, comportamenti, costi di produzione in un numero. Ma, se ancora in quel caso il compito di stabilirlo spettava a un essere umano, adesso viene scelto da un algoritmo che è stato programmato per determinare necessità e pulsioni.

«L’era smart inizia con l’apertura di una nuova frontiera artificiale, quella online, su cui progressivamente si trasferisce la principale forma di riproduzione del capitale» (p. 93), con questa affermazione, Mattei introduce la questione della cancellazione della storia proposta dall’infonet,  dichiarando che l’umanità vuole segnare nuove frontiere minando la validità degli avvenimenti storici segnandoli come obsoleti o addirittura fallaci. La storia è l’ambito dove si è sviluppata la coscienza di classe, dove sono nati i diritti dei lavoratori, la difesa dei beni comuni e le Costituzioni democratiche del Novecento. Mantenere una memoria storica forte consente alla popolazione di possedere gli strumenti per riconoscere le dinamiche di potere e le disuguaglianze. Screditare gli avvenimenti significa trasformare gli individui in consumatori perfetti, impulsivi e privi di coordinate temporali. La conseguenza è lo sviluppo della cancel culture: «postura cosiddetta woke che, valutando il passato con il moralismo del presente, mette sotto il tappeto le esperienze umane di cui non si vuole o non si può parlare» (p. 94). L’ipocrisia dell’etnocentrismo woke si basa sull’universalismo dei diritti umani ed etichetta la nuova frontiere digitale: «come il dono fatto all’umanità dal mondo libero» (p. 95). Vige la convinzione che tramite nuove tecnologie si possano risolvere problemi di natura politica e sociale grazie alla presunta natura infallibile degli algoritmi e dell’IA, questa ideologia viene chiamata tecno-soluzionismo. Mattei critica apertamente la finta libertà tecnologica descrivendolo come un sistema di potere che plasma l’epistemologia: «La frontiera Internet, nasconde così, con la sua immagine di libertà e anarchia, la propria matrice autoritaria, militare e di controllo» (p. 95).

Il potere reale non risiede più nei parlamenti o nei tribunali bensì nei server delle corporazioni tecnologiche. L’autore si augura una presa di coscienza da parte di coloro che ricoprono la funzione di giuristi moderni, i quali devono prendere atto della sostituzione in Occidente del diritto borghese con il capitalismo della sorveglianza. Mattei afferma che ciò non significa rinunciare alla propria vocazione ma ritagliarsi un nuovo ruolo abbandonando la difesa della maschera individualista, l’illusione di un individuo libero e razionale che serve oggi al capitale per legittimarne lo sfruttamento (è colpa tua se usiamo i tuoi dati perché tu hai dato il consenso). Il giurista tradizionale si è formato per difendere la persona e le sue prerogative ma di fronte allo strapotere del tecno-capitalismo il soggetto isolato è impotente. L’individualismo giuridico oggi è un’arma a vantaggio del più forte.

La direzione del cambiamento che propone però è alquanto ottimistica e forse dettata dalla sua cultura di provenienza. Egli afferma che il giurista moderno si deve basare sul collettivo solidale e sul diritto dei beni comuni, tramite questo processo si avrà una nuova organizzazione sociale pianificata di stampo socialista: «O Barbarie, qui e adesso, o socialismo che, sugli errori del passato, sappia fondare l’internazionale delle generazioni future» (p. 107). Appare difficile da comprendere però come una maggiore pianificazione o presenza dello Stato possa far evolvere in senso libertario un sistema che ha già “assaporato” il tracciamento completo degli individui, a prescindere dalle percentuali di Stato e mercato presenti nei singoli paesi. Non vorremmo che la scelta si riducesse a quale colore di Barbarie scegliere.